Visualizzazione post con etichetta Famiglia e fidanzamento cattolico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Famiglia e fidanzamento cattolico. Mostra tutti i post

giovedì 3 novembre 2016

Educare alla purezza per salvare la famiglia e la vita 

di Carlo Principe e Annamaria Principe* 

Non tutti colgono la profonda correlazione esistente tra purezza e sacralità della Vita. San Giovanni Paolo II, nell’Evangelium Vitae, la evidenzia: “La banalizzazione della sessualità è tra i principali fattori che stanno all'origine del disprezzo della Vita nascente: solo un amore vero sa custodire la vita”. 
Altrettanto forte è il legame tra purezza e sacralità della Famiglia, opera più alta di Dio Creatore. I fidanzati che “bruciano” le tappe dell’amore lasciandosi soggiogare dalla carnalità, non solo mortificano la sessualità, dono di Dio per amare, ma costruiscono la loro famiglia sulla sabbia. Lo spiega chiaramente Benedetto XVI: “Bruciare le tappe finisce per “bruciare” l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile”.
Un rapporto ridotto a fisicità è debole e fragile. Tanti matrimoni vanno in frantumi perché tra gli sposi affiorano quelle divergenze che la schiavitù del sesso, da fidanzati, ha reso impossibile scoprire. Sempre Benedetto XVI: “Non pensate, secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro”.
La Chiesa insegna che l’espressione genitale della sessualità è riservata al Matrimonio, un patto di amore totale e definitivo. Questa verità è parte del progetto di Dio sull’amore umano. E si capisce perché: il rapporto sessuale è legato al mistero della Vita e della sua trasmissione. E un figlio, per maturare integralmente, ha bisogno di respirare l’amore totale e perenne dei suoi genitori. Amore che esige sacrificio e dono di sé, che solo la Grazia del Sacramento del
Matrimonio può sostenere.La convivenza che rinvia a tempo indeterminato il matrimonio - sempre più ridotto a un vuoto, quanto costoso, rito di convenienza sociale - calpesta e svilisce questo Sacramento. Perché sposarsi in Chiesa, infatti, se i fidanzati compiono, senza percepirne il disordine, i gesti che sono propri del Matrimonio? Papa Francesco, ammonisce: “C’è una distinzione tra l’essere fidanzati e l’essere sposi, che la Chiesa da sempre custodisce in vista della delicatezza e della profondità di questa verifica”.
La coppia convivente che esclude il “per sempre”, più facilmente esclude, con la contraccezione e l’aborto, anche un figlio, vera scommessa sul futuro. Al contrario, i fidanzati che vivono castamente la loro relazione fanno di tutto, spinti anche dal desiderio di donarsi nella gioia di un amore totale, per accelerare il giorno delle nozze e formare così famiglie giovani e feconde.
Ecco perché l’aumento delle convivenze è all’origine, non solo del pauroso calo dei matrimoni religiosi (con un ritmo tale - 10 mila in meno l’anno - che, fra qualche decina d’anni, di essi non resterà che il ricordo), ma anche del crollo delle nascite che fa dell’Italia il Paese meno fecondo al mondo.
La violazione della legge di Dio sulla purezza, dunque, oltre a compromettere la salvezza dell’anima (“nessun fornicatore, o impuro, o avaro - cioè nessun idolatra - ha in eredità il regno di Cristo e di Dio”, dice san Paolo), ferisce profondamente anche la società.
Per salvare la famiglia e la vita, dunque, è urgente “offrire soprattutto agli adolescenti e ai giovani l’autentica educazione alla sessualità e all’amore, un’educazione implicante la formazione alla castità, quale virtù che favorisce la maturità della persona e la rende capace di rispettare il significato «sponsale» del corpo”. (Papa Wojtyla, EV 97).
Ecco il senso dell’iniziativa “Ottobre per la purezza” svolto per le strade e nelle scuole di Benevento.
Dio ha voluto che ad animare questo apostolato fossero i giovani delle “Voci del Verbo”, i numerosi religiosi, tra sacerdoti, suore e seminaristi, dell’Istituto del Verbo Incarnato, uno splendido ordine fecondo di vocazioni sacerdotali e religiose, e anche delle famiglie.
Attraverso incontri per strada e nelle scuole, questi apostoli hanno testimoniato la bellezza della castità e annunciato ai giovani Cristo nel Vangelo delle beatitudini: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. E questi giovani si sono mostrati attenti e desiderosi di informarsi sul tema della purezza, tanto decisivo per la loro vita, quanto coperto da un irresponsabile e generale silenzio.
Silenzio che Madre Teresa di Calcutta, appena proclamata santa, ha definito senza mezzi termini, “impuro”.
Impegnarsi in questo apostolato è difficile, perché è fuori della logica del mondo. Chi lo fa rischia la derisione e l’accusa di oscurantismo, perfino da uomini di Chiesa. Ma Benedetto XVI così li incoraggia: “Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo”. 

*Membri dell’Istituto Santa Famiglia della Famiglia Paolina


martedì 7 giugno 2016

Purezza: riverenza verso il mistero
Mons. Fulton Sheen, venerabile della Chiesa Cattolica, dottorato in Filosofia e dottorato in Teologia, risponde a due comuni obiezioni sul perché della purezza 

 


Le due parole di cui oggigiorno più si abusa sono «libertà» e «sesso». La libertà è spesso adoperata a indicare l’assenza di ogni legge, e il sesso a giustificare la mancanza di ogni controllo. Talvolta le due parole si fondono in una sola: «licenza». La ragione, che si dovrebbe impiegare a giustificare la legge di Dio, è invece invocata per legittimare la sfrenatezza e la carnalità degli esseri umani con due argomenti assai spuri. Il primo è che ogni persona deve «esprimere se stessa», che la purezza è autonegazione, e come tale è distruttrice della personalità e della libertà. Il secondo è che la natura ha dato a ciascuno certi impulsi e istinti, principale tra questi l’impulso del sesso, e che quindi si dovrebbero seguire questi impulsi senza i «tabù» che vengono imposti dalla religione e dal costume. […]

La purezza si esprime come l’impurità, sebbene in maniera diversa. Una locomotiva può esprimersi in due modi: o mantenendo la pressione entro i limiti imposti dal costruttore e dal tecnico, oppure scoppiando e uscendo dalle rotaie. La prima auto espressione è la perfezione della locomotiva; la seconda è la sua distruzione. Analogamente, una persona può esprimere se stessa tanto obbedendo alle leggi della propria natura quanto ribellandosi ad esse: tale ribellione finisce nella schiavitù e nella frustrazione. Supponiamo che quest’argomento dell’autoespressione, così com’è usato a giustificazione della licenza carnale, dovesse essere adoperato in guerra. In tal caso un soldato al fonte che, sentendo scoppiare le bombe, gettasse il fucile e scappasse nelle retrovie, dovrebbe essere salutato da un capitano moderno e comprensivo con queste parole: «Vi elogio per aver superato i vostri scrupoli morali e le convenzioni dell’età vittoriana. Peccato che il resto dell’esercito non abbia allo stesso grado il senso dell’autoespressione, sicché vince la paura e seguita a combattere. Vi proporrò per una medaglia al valore per la vostra affermazione di personalità». 

Non c’è da discutere con quelli che dicono: «Sii te stesso». Ma la questione è: «Qual è il tuo vero te stesso? Vuoi essere una bestia, o vuoi essere un figlio di Dio?». Quelli che riescono a superare la malvagità e la licenza dicono: «Grazie a Dio sono ritornato me stesso». Questa è la vera autoespressione. 

È vero che Dio ci diede una natura dotata di certi istinti, ed è anche vero ch’Egli si aspetta da noi che ci uniformiamo alla natura. Ma questa nostra natura non è animale, bensì razionale, e poiché è razionale i nostri impulsi devono essere usati razionalmente ,ossia per i fini più alti, e non per i più bassi. Molti, come la volpe, hanno l’istinto del cacciatore, ma un uomo non dovrebbe andare a caccia di suocere. Ognuno ha l’istinto del mangiare, ma nessuno dovrebbe nutrirsi di acido solforico. E come sono usati secondo ragione questi nostri istinti fondamentali, così dovrebbero essere usati i nostri impulsi di vita. Come il sudiciume è una sostanza che si trova dove non dovrebb’essere, così la lussuria è energia fisica fuori luogo.

Tratto da Tre per sposarsi del Venerabile Mons. Fulton Sheen

martedì 26 gennaio 2016

È peccato chiedere il divorzio civile?

Sono una donna sposata, con quattro figli, e sono stata abbandonata da mio marito da due anni e mezzo. Si é messo con un’altra donna. Tutti i beni sono intestati a mio marito e questi mi minaccia di portarmi via tutto ciò che abbiamo io e i miei figli, e in più di non lasciarmi niente per il sostentamento dei miei figli. Civilmente mi hanno detto che posso solo preservare i miei beni e fare pressione su di lui perché adempia i suoi obblighi esigendo da lui il divorzio civile. Ho consultato alcuni amici cattolici su questo e uno mi hanno detto che chiedere il divorzio o concederlo é peccato; altri mi hanno detto che non è così. Potete darmi dei chiarimenti su questo tema?
- risponde padre Miguel Angel Fuentes, IVE



Stimata Signora:
Innanzitutto, devo dirle che in quanto a ciò che lei dice “l’unico metodo civile per difendere i suoi beni e il patrimonio dei suoi figli” é il divorzio, non sono in condizioni di esprimermi. Dovrebbe essere un serio avvocato cattolico a consigliarla su questo. Inoltre questo varierebbe in base alle leggi vigenti in un paese o in un altro.

In quanto alla legittimità o all’illegittimità del divorzio civile, secondo la Maggiore parte dei moralisti classici, bisogna tenere conto di alcune cose:
  
1. Quando é moralmente peccato

Il divorzio civile è certamente immorale e illecito in tutti i casi in cui si chiede o si pronuncia su:

a)     un matrimonio valido (canonico o naturale);
b)     intendendo il divorzio come rottura del vincolo naturale o religioso;
c)  con intenzione di contrarre nuove nozze (in realtà quest’ultima condizione aggrava di più il peccato; però perché ci sia peccato bastano le due precedenti).

2.    Quando può essere tollerato

Il divorzio civile di un matrimonio valido può essere “tollerato” dalla parte innocente quando:

a)   è cosciente (e lo fa registrare, per evitare lo scandalo) che il divorzio civile non dissolve il vincolo naturale o sacramentale, e che, pertanto, continua ad essere legata al suo coniuge per tutta la vita;
b)  è cosciente che il divorzio civile interessa solo la sfera civile, vale a dire, l’autorità civile non li considera più come uniti in matrimonio privando uno del diritto di decidere sul bene dell’altro, sui figli, e attribuendo la paternità o maternità dei figli adulterini al coniuge innocente, eccetera.;
c)   non si realizza con l’intenzione di contrarre nuove nozze ma solamente per assicurare certi diritti legittimi;
d)  e non c’é altra via meno estrema per conseguire questo stesso fine (per esempio, quando non basta la mera separazione di “letto e tetto” temporale o anche definitiva).

A tale proposito, per esempio, dice il Catechismo: “Se il divorzio civile rappresenta l’unica maniera possibile di assicurare certi diritti legittimi, come la cura dei figli o la difesa del patrimonio, può essere tollerato senza costituire una mancanza morale”. È sottinteso che c’è vera “tolleranza” quando si compiono le condizioni sopra citate. Il Catechismo segnala anche che se uno dei coniugi è la parte innocente di un divorzio dettato in conformità con la legge civile, non pecca; e sembra chiarire che “essere la parte innocente” sarebbe costituita dallo sforzarsi con sincerità ad essere fedele al sacramento del matrimonio ed essere ingiustamente abbandonato[1].

P. Miguel Angel Fuentes, IVE
Traduzione: Alessandro Ferrara


Cf. Catecismo della Chiesa Cattolica  n. 2386