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venerdì 3 febbraio 2017

Edith Stein. Breve invito alla lettura di una filosofa da rivalutare

Il 27 Gennaio si celebra in tutto il Mondo La Giornata delle Memoria, dedicata alla Shoa ed a tutte le complesse vicende dei crimini operati dal nazionalsocialismo. La rubrica di filosofia Quid est Veritas? intende rendere omaggio a tutte le vittime di questa barbarie proponendo un invito alla lettura delle opere di antropologia e pedagogia di Santa Teresa Benedetta della Croce (al secolo Edith Stein) deportata e uccisa ad Auschwitz-Birkenau il 9 Agosto 1942.

La figura di Santa Teresa Benedetta della Croce (al secolo Edith Stein) non è conosciuta come meriterebbe sia in ambito cattolico che filosofico in generale. Poiché la sua poliedrica personalità non è facilmente etichettabile in categorie, si tende generalmente a dimenticarla, soprattutto in Italia, anche a livelli accademici e scolastici.
Come potremmo definire Edith Stein? Nata ebrea, divenne ben presto atea; si avvicinò alla filosofica di Husserl (facendo anche la crocerossina volontaria durante la I Guerra Mondiale) come anche al mondo femminista; anche grazie alla filosofia scoprì la fede cattolica, cui si convertì nel 1921 (venne battezzata il 1/01/1922); grazie alla fede cattolica rilesse tutta la sua vita e le sue esperienze accademiche e filosofiche avvicinandosi sempre più al pensiero di San Tommaso d’Aquino; continuò i suoi studi sulla donna ma da un punto di vista anche pedagogico e non solamente filosofico; decise di consacrarsi a Dio entrando nel 1938 nel Carmelo prendendo il nome di Teresa Benedetta della Croce; in convento scrisse opere di teologia mistica cercando tuttavia di continuare a proseguire i suoi studi filosofici; senza rinnegare o nascondere le sue radici ebraiche venne deportata insieme alla sorella Rosa nel campo di concentramento di Amersfort, poi in quello di Westerborck ed in fine in quello di Auschwitz-Birkenau, dove venne asfissiata e cremata il 9/08/1942; la Chiesa Cattolica ne ha riconosciuto la morte in odium fidei, e dunque il titolo di martire, beatificandola nel 1987 e canonizzandola l’11/10/1998; nel 1999 è stata dichiarata Compatrona d’Europa[1].
Chi è dunque Edith Stein? Una filosofa, una religiosa, una pedagogista, un’atea, una convertita, una femminista, una martire, un’ebrea, una perseguitata? Ed inoltre: è corretto chiamarla Edith Stein? Oppure dovremmo chiamarla con il nome che assunse da religiosa e che la Chiesa Cattolica le riconosce (cioè quello di Teresa Benedetta della Croce)? Ed il suo pensiero filosofico fu una mera riproposizione delle tesi di Husserl o di San Tommaso oppure ebbe delle intuizioni innovative, se non un vero e proprio pensiero autonomo?
Sono interrogativi non di poco conto in quanto noi siamo abituati, volenti o nolenti, a categorizzare tutto lo scibile umano, cercando di compiere sempre più una distinzione (se non una vera separazione) tra le varie materie e conoscenze: con Edith Stein tutto ciò cade dinanzi ai nostri occhi in quanto la sua personalità è talmente grande da non poter essere né severamente categorizzata né contenuta in una semplice etichetta. Con un sommo atto di umiltà dobbiamo semplicemente affermare che Edith Stein è stata ciò che è stata, nel senso che ogni affermazione di sopra, se contestualizzata nella sua precipua cornice storica e personale, risulta in ultima istanza vera: possiamo parlare di Edith Stein ma anche di Teresa Benedetta della Croce; abbiamo dinanzi un’ebrea convertita al cattolicesimo; venne deportata per motivazioni razziali ma anche per l’appartenenza alla Chiesa Cattolica olandese che aveva denunciato i crimini nazisti; e così per ogni domanda che ci siamo posti sopra.
Al riguardo sono molto belle e chiarificatrici le espressioni usate da Giovanni Paolo II «ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell'uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato»[2]; «tutto in lei esprime il tormento della ricerca e la fatica del “pellegrinaggio” esistenziale. Anche dopo essere approdata alla verità nella pace della vita contemplativa, ella dovette vivere fino in fondo il mistero della Croce»[3].
Tutta la vita di Edith Stein, infatti, è stata una continua ricerca della verità, abbandonando di volta in volta ciò che non lo era ma portando con sé le intuizioni ed il bene di ogni esperienza. E’ altrettanto vero ed evidente, inoltre, che Edith Stein ha vissuto profondamente, coscienziosamente, ed anche liberamente, ogni fase della sua vita: dalla ricerca della verità nella fenomenologia fino all’accettazione di morire per mano dei nazisti del campo di Auschwitz per la salvezza del suo popolo[4]. La ricerca del senso profondo della vita, e dunque della verità[5], è infatti il fuso attorno al quale si dipana tutta la vita della filosofa tedesca e che è possibile rintracciare in tutte le sue opere, da quelle della gioventù fino alla Scientia Crucis[6] (considerato il suo capolavoro teologico).
Un altro valido motivo per cui Edith Stein non è conosciuta è la facilità di lettura delle sue opere: avete letto bene, non ho sbagliato a scrivere. Ritengo infatti che più un autore è di aiuto per i nostri giorni, e ancor di più se parla chiaramente, più è rifiutato dalla sedicente cultura contemporanea che, come è noto, non cerca il senso profondo delle cose, limitandosi invece alla mera descrizione dei fenomeni: volendo mettere sullo stesso piano tutto, fuorché una definizione precisa di Verità, alla fine non accetta nulla ed è costretta pertanto a rifiutare la stessa filosofia.
Si può cominciare a leggere Edith Stein pur non avendo grandi conoscenze filosofiche e conviene approfittare immediatamente delle sue conferenze o delle sue lezioni (tenute prevalentemente ad un pubblico giovanile e femminile) che ora sono raccolte nell’opera omnia in italiano sotto i titoli di La Donna. Questioni e riflessioni[7] e La struttura della persona umana. Corso di antropologia filosofica[8]. Altri testi più organici (cioè non derivanti da testi letti in lezioni, conferenze, etc) si collegano a questi due testi e sono altrettanto belli da leggere: dubito infatti che dopo aver letto qualche brano di Edith Stein non sorga il desiderio di leggerne altri passi. Potranno passare qualche settimana, anche dei mesi o degli anni, ma quel desiderio rimarrà sopito nel cuore del lettore, alla ricerca di un pensiero profondo ma altrettanto semplice e chiarificatore.
I due volumi che ho appena citato, e lo dico per esperienza diretta[9], sono probabilmente quelli che possono essere facilmente letti ed apprezzati da un pubblico giovanile e dagli studenti di storia della filosofia delle scuole; tutti i suoi testi sono molto belli (compreso l’epistolario) ma oggigiorno mi sembra di ritrovare le stesse motivazioni che spinsero Edith Stein ad occuparsi di pedagogia ed antropologia filosofica:  la negazione dell’uomo e la riduzione dell’educazione a mera istruzione. Leggere questi due testi sarà una boccata di aria fresca, leggera e salubre per i nostri poveri ragazzi costretti invece a studiare solamente la parte destruens e negativa della filosofia del novecento contro cui si scontrò la stessa Edith Stein (in particolare Heidegger): e diciamo questo a ragion veduta, in quanto il metodo fenomenologico[10] di Edith Stein (che ella prende da Husserl, sebbene con alcune specificazioni e differenze) è molto vicino alla filosofia realista propria del pensiero classico e cristiano.
Leggiamo dunque Edith Stein (lo dico prima di tutto a me stesso) e andiamo alla ricerca di persone positive del mondo della filosofia contemporanea, che sanno dialogare sia con il passato che con le sfide a noi contemporanee, abbeverandoci a quella fonte del sapere classico che come un fiume carsico giunge fino ai nostri giorni: scopriremo che questi scritti non hanno età ed un valore profondo per tutta l’umanità.

Francesco Del Giudice


[1] Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» Spes Aedificandi del 1 Ottobre 1999. I Patroni d’Europa sono in tutto 6, 3 donne e 3 uomini. Santa Teresa Benedetta della Croce è stata associata nel suo patronato ad altri Santi e Sante che la Chiesa Cattolica considera come dei veri giganti della fede: Santa Caterina da Siena (Vergine e Dottore della Chiesa, mistica, consigliera di Papi e Sovrani); Santa Brigida di Svezia (che fu moglie, madre, religiosa e fondatrice, avendo anche visioni mistiche e rivelazioni personali); San Benedetto (padre del monachesimo d’Occidente); San Cirillo e San Metodio (apostoli degli Slavi, ideatori della scrittura cirillica con cui tradussero anche la Bibbia).
[2] Giovanni Paolo II, Beatificazione di Edith Stein – Teresa Benedetta della Croce, Colonia 1/05/1987.
[3] Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» Spes Aedificandi del 1 Ottobre 1999, n. 8.
[4] All’epoca della sua deportazione, Suor Teresa Benedetta si trovava in Olanda, nel Carmelo di Echt, insieme a sua sorella Rosa (anch’ella convertita al cattolicesimo): era stata trasferita in Olanda dai suoi superiori nel 1938, a seguito dell’inasprimento delle persecuzioni naziste contro gli ebrei. Nel Luglio 1942 i Vescovi olandesi cattolici decisero di leggere pubblicamente nelle chiese una dura condanna contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei ad opera dei nazisti: non solo aumentò la persecuzione, ma come rappresaglia vennero perseguitati e deportati anche gli ebrei convertiti, tra cui vi erano Edith e Rosa Stein. Il 2 Agosto la Gestapo andò a prelevarle nel Carmelo. Le ultime parole di Edith Stein sono rivolte a Rosa: «Vieni, andiamo [a morire] per il nostro popolo».
Il 4 Agosto 1939, Teresa Benedetta della Croce aveva fatto la sua personale offerta al Sacro Cuore di Gesù per tutti gli ebrei e per tutti gli oppressi.
[5] Ci si ricordi della definizione di filosofia data all’inizio di questa Rubrica, vale a dire la risposta alle domande profonde dell’uomo: chi sono?, come sono?, da dove vengo?, dove vado?, perchè sono?
[6] Edith Stein, Scientia Crucis, Edizioni OCD, Roma 2011, 448 pagine, ISBN: 9788872295304.
[7] La donna. Questioni e riflessioni, Città Nuova – Edizioni OCD, Opere complete di Edith Stein - Vol. 13, Roma 2010, 358 pagine, ISBN: 9788872294765.
[8] La struttura della persona umana. Corso di antropologia filosofica, Città Nuova – Edizioni OCD, Opere complete di Edith Stein - Vol. 14, Roma 2013, 245 pagine, ISBN: 9788872295670.
[9] Lo scorso anno ho tenuto una conferenza sui testi appena citati di Edith Stein per il Triennio di un Liceo Classico: anche gli alunni che non avevano studiato le filosofie del XX secolo erano profondamente interessati ed attenti sia al discorso generale che alle citazioni dirette della filosofa.
[10] «Il principio più elementare del metodo fenomenologico: considerare le cose stesse. Non andare a consultare le teorie sulle cose; escludere, ove è possibile, tutto ciò che si ascolta, si legge o che si è costruito da soli, avvicinarsi a esse con uno sguardo privo di pregiudizi e attingere all’intuizione immediata […] il secondo principio recita infatti: indirizzare lo sguardo all’essenziale»: La struttura della persona umana. Corso di antropologia filosofica, Città Nuova – Edizioni OCD, Opere complete di Edith Stein - Vol. 14, Roma 2013, p. 39

lunedì 2 gennaio 2017

Ieri-Oggi-Domani: riflessioni sul tempo e sull’anno nuovo
di Francesco Del Giudice
 

Il giorno 1 Gennaio è riconosciuto (quasi) universalmente come l’inizio del nuovo anno civile: in particolare i Paesi di antica tradizione cristiana, o comunque legati ai costumi occidentali, fanno iniziare il computo dei giorni annuali in questa data.
Sebbene tutte le realtà portino su di sé i tratti e i segni del tempo che passa, il fatto di calcolare il tempo è una prerogativa dell’essere umano. Mi spiego meglio: se voi chiedete ad una pianta quanti anni ha, essa non potrà rispondervi: potrà al massimo mostrarvi i segni dei propri anni in quanto il suo fusto avrà tanti anelli quanti sono i suoi anni oppure (ma a patto di essere stata debitamente curata) darà frutti corrispondenti alla sua età. Le stelle, ad esempio, mostrano la propria età in base alla luce che emettono ma non potranno mai rispondere di avere l’età che hanno, sebbene vivano molto più a lungo di noi.

Mi si potrebbe obiettare che in verità, tutte le realtà create sanno di avere questa o quell’età ma non lo possano dire perché non parlano: anch’esse pertanto calcolano il tempo al modo degli uomini, facendo cadere la proposizione detta poco sopra. In verità, affermare una cosa del genere (obiezione molto interessante, non c’è che dire) equivale esattamente, invece, a dare ragione alla frase: non solo l’uomo è l’unica creatura che computa il tempo, ma lo fa talmente bene che applica il suo computo a quelli delle altre cose. E l’uomo è talmente sicuro di poter computare, ed esso solo, il tempo a tal punto da poterlo anche cambiare, almeno nella rappresentazione del suo scorrere.

Vediamo cosa voglio dire, entrando in uno dei problemi sommi della filosofia (sebbene trattati in maniera esaustiva da pochi filosofi) che ci riguarda in prima persona perché siamo giunti al Giorno di San Silvestro: che cos’è il tempo?
Quando noi affermiamo che una pianta ha dieci anni, applichiamo al computo istintivo delle cose vegetale una categoria razionale, vale a dire umana, per cui ad ogni anello corrispondono 365 giorni. Il fatto dunque di contare 10 anelli nel fusto e dire che la pianta ha 10 anni equivale semplicemente alla trasposizione del modo di pensare il tempo da parte degli umani in un essere che, invece, non ragiona in questo modo.

Il tempo infatti ha un valore oggettivo ma si scontra, per ovvie ragioni, con un dato altrettanto importante: la soggettività del singolo. In questo momento, ad esempio, ogni parola che state leggendo non è nel presente, bensì nel vostro passato in quanto ogni cosa che si fa diventa immediatamente già fatta, vale a dire passata. Contemporaneamente, però, le parole che leggerete a breve, cioè nel futuro, diventeranno il vostro prossimo presente, cioè il vostro immediato passato. Passato-presente-futuro infatti non sono che scansioni del tempo che noi vediamo scorrere (fatto oggettivo) attorno a noi e che da noi (elemento soggettivo) è percepito.

Diceva Sant’Agostino che è difficile dire cosa sia il tempo in quanto «lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede»[1]: il grande filosofo d’Ippona percepiva questo problema dinanzi al fatto che il mio presente non è che un soffio, ed il mio futuro diverrà ben presto il mio passato. Sembra, insomma, di trovarci in una condizione illusoria oppure irrazionale in quanto sembriamo affermare risolutamente dire una cosa che poi invece non vediamo confermata nei fatti. Ma non è così, dal momento che lo stesso Agostino capì che nella questione del tempo bisogna relazionarsi con entrambi i piani di cui parlavamo sopra, vale a dire l’oggettività e la soggettività: cos’è infatti l’oggettiva scansione temporale in passato-presente-futuro se non la distensione della propria anima che rileva le cose con la memoria (il passato), che presta attenzione alle cose (il presente) ma che rileva le cose venienti per mezzo dell’attesa (il futuro)?

La soluzione di Agostino, a ben guardare, è veramente geniale giacché il filosofo, attento alle cose reali, non dà per scontato il fatto che esista anche la dimensione dello spirito che egli concilia sapientemente senza fare errori o mescolanze: «per questo mi è parso che il tempo altro non sia che un distendersi. Non so di che cosa, ma sarebbe ben strano se non fosse un distendersi dello spirito. Che cosa misuro, infatti, te ne supplico, Dio mio, quando dico, o in maniera indeterminata: ‘Questo tempo è più lungo dell’altro’, oppure anche determinandolo: ‘E’ doppio di quello?’ So bene di misurare il tempo ma non misuro il presente perché non ha alcuna estensione, non misuro il passato, perché non c’è più. Allora cosa misuro? Non è forse il passare dei tempi, anziché il loro essere passati? Questo avevo detto»[2].
Capiamo bene pertanto che il tempo, benché una cosa oggettiva, debba essere percepito come soggettivo: questo avviene in una maniera a noi naturale per mezzo della scansione ieri-oggi-domani. Amplificando questo concetto è facile capire che si può arrivare al concetto di successione dei giorni, delle settimane (vale a dire di gruppi di 7 giorni cadauno) e dei mesi, e come tale può essere soggetto a variazioni.

Non tutti sanno infatti che il computo del tempo è frutto di un calcolo convenzionale e che il nostro attuale calendario (vale a dire il Calendario Gregoriano) è stato approvato relativamente di recente, cioè nel 1582, e che in alcuni Paesi è entrato ancor più recentemente[3]. La riforma gregoriana inoltre stabilì che l’anno iniziasse il 1 Gennaio abolendo definitivamente i tantissimi usi diversi che possiamo vedere in particolare nel Medioevo: in precedenza, infatti, non era strano trovare città vicine che usassero calendari differenti, in cui il primo giorno dell’anno variava a seconda del computo prescelto. Gregorio XIII in pratica propose ed estese a tutto il Mondo il computo che si usava a Roma e che nel corso del tempo aveva dato maggior stabilità: si noti bene che il calcolo dell’anno civile non segue quello liturgico, cosicché Gregorio XIII non operò nessuna confusione né mescolanza tra i due sistemi che ancora oggi, infatti, risultano sfalsati[4].

Convenzionale è ancora il computo degli anni che da secoli, ed ancor di più dopo la riforma gregoriana, è basato a partire dalla nascita di Cristo: i romani ad esempio computavano a partire dalla fondazione di Roma, i greci dalla prima olimpiade, etc . Anche in epoca moderna si è cercato di introdurre nuovi computi: si pensi al calendario rivoluzionario francese (realizzato in maniera da non avere nulla in comune con la riforma gregoriana a tal punto che qualsiasi festività cattolica era praticamente inconciliabile con il nuovo calendario) oppure al computo degli anni secondo l’era fascista.

Ma se il computo degli anni è così razionale e metodico, perché abbiamo paura del tempo che passa? Non possiamo infatti negare che, in particolare oggi, viviamo in un’epoca viziata da una paura irrazionale dello scorrere del tempo. Guardandoci attorno infatti non possiamo non vedere quanto sia onnipresente sia la gerascofobia (vale a dire una paura persistente, anormale e ingiustificata di invecchiare) sia la tanatofobia (cioè una morbosa paura della morte). Ma allo stesso tempo, segno indelebile che la nostra società vive un vero e proprio dissociamento da ciò che si pensa e ciò che si fa, non è pur vero che si ricerca disperatamente di vivere il presente proiettandosi sempre verso il futuro? La prova di quanto ho appena affermato è la spasmodica ricerca dei festeggiamenti di Capodanno: cosa bisogna festeggiare, in effetti? Che inesorabilmente il tempo è passato? Oppure che, altrettanto inesorabilmente, siamo invecchiati di un anno? E che, sempre inesorabilmente, ci avviamo sempre di più verso la morte?

Non vogliamo spaventare nessuno, e non vogliamo demonizzare il corretto modo di festeggiare che fino a qualche decennio fa significava ammazzare l’anno vecchio, ringraziando per quello passato sperando il miglior bene per il futuro. La questione infatti è tutta nella gerarchizzazione degli eventi e del giusto modo di intendere sia il far festa sia il proprio posto all’interno del tempo.

E’ un fatto innegabile che un discorso del genere sia difficile senza una prospettiva religiosa, cristiana in particolare, in quanto solo in questo modo ci si libera della contingenza delle cose per potersi proiettare verso un mondo futuro: se si vive in una concezione religiosa, infatti, non si avrà paura di invecchiare in quanto il tempo che passa è un avvicinarsi sempre di più al proprio Dio per poter essere unito a lui. Ma se non ho una concezione religiosa, e penso spasmodicamente che la mia vita si proietti solamente nel presente (che, però, abbiamo visto essere una condizione effimera a causa della sua infima brevità) che senso ha sperare nel futuro?

Si tratta infatti di un grande dilemma che attanaglia il cuore dell’uomo contemporaneo: dover vivere. Per essere vivo, si sa, si deve festeggiare, soprattutto per dare un senso alla propria vita, in quanto si pensa di vivere bene il proprio presente: quale migliore occasione pertanto il festeggiare sempre più festività e giornate dedicate (festa della donna, festa dei nonni, etc etc)? Ecco che, pertanto, l’uomo che cerca continuamente di festeggiare non fa altro che fuggire dal proprio tempo che è fatto sempre più di eventi passati rispetto a quelli futuri: ci abbiamo mai pensato? Non sapendo infatti in che giorno moriremo, noi abbiamo sempre più eventi alle spalle rispetto a quelli che ipotizziamo per il futuro.

Festeggiamo pertanto intelligentemente il nuovo anno, meditando su quello passato e facendo dei buoni propositi per il futuro: possiamo prendere esempio dalla liturgia cattolica che invita ogni fedele a ringraziare il Signore per i benefici ricevuti nel corso dell’anno concluso (la famosa Messa di Te Deum) chiedendo benedizioni per il futuro. Ma dobbiamo far questo con la certezza che inesorabilmente, citando una canzone italiana cantata da Fiorella Mannoia, il tempo non torna più. Ma dobbiamo fare questo senza scoraggiarci in quanto tutto ciò è connaturale alla nostra natura umana: come abbiamo detto sopra, infatti, solo l’uomo sa che il tempo passa e che si possa calcolare. La nostra vita infatti ha senso solo se si accetta pienamente la nostra natura umana, comprensiva pertanto anche della verità (amara, ma non di meno vera) che prima o poi arriverà anche sorella morte.

Facendo questo a nostro parere ci sarà una buona fine ed un buon principio. Altrimenti sarà solamente un inevitabile passo verso il nulla simile a quanto si dice avvenne sul Titanic che cadde tra i flutti mentre tutti ballavano e danzavano.
Buon anno a tutti, con i migliori auguri per poter essere sempre più persone pensanti.


[1] Agostino, Confessioni, XI, 14, 17.
[2] Ibidem, XI, 26, 33.
[3] Basti pensare al caso della Russia dove fino al 1918 vigeva il Calendario giuliano.
[4] Nella Chiesa Cattolica il Calendario Liturgico inizia con i Primi Vespri della I Domenica di Avvento che cade generalmente nel mese (civile) di Novembre.

lunedì 19 dicembre 2016

Filosofare, ovvero: elogio della ragione

di Francesco Del Giudice

 
Negli scorsi articoli di questa rubrica Quid est veritas abbiamo cercato di analizzare e spiegare l’atteggiamento ed il comportamento dei primi filosofi nei confronti della realtà: questa breve analisi ci ha fatto scoprire termini quali astrazione, meraviglia, metafisica, principio di non contraddizione ma, soprattutto, il fatto che la ricerca filosofica possa avvenire solo e solamente per mezzo del corretto uso della ragione. Questa infatti è la principale novità che la (corretta) filosofia ci offre ancora oggi: ci pensiamo mai? E se lo facciamo, riflettiamo attentamente su ciò che significa?

Pensiamo solamente alle espressioni di uso frequente che sentiamo ed utilizziamo tutti i giorni: uomini di ragione, secondo ragione, le ragioni di quella scelta, la ragione ultima di quella cosa, etc: riflettiamo mai abbastanza sul fatto che usiamo una terminologia profondamente filosofica che travalica cioè l’immediatezza dei nostri sensi e ci proietta invece in un mondo (come abbiamo ben visto negli articoli precedenti) di una profondità abissale se paragonato al nostro vivere quotidiano?

La ragione è qualcosa di profondamente diverso da tutte le categorie usate prima della nascita della filosofia: il termine infatti, come riporta correttamente il Vocabolario Treccani[1], deriva dalla traduzione latina (ratio) del vocabolo lògos che nella lingua greca indica un qualcosa di profondamente ordinato. Dobbiamo capire bene cosa stiamo dicendo perché questi termini sono fondamentali per poter comprendere appieno il linguaggio filosofico. Com’è noto, infatti, il greco antico presenta una varietà smisurata di sinonimi e di sfumature per ogni sua singola parola (cosa invece quasi del tutto sconosciuta al latino) per cui è difficile da comprendere appieno il significato profondo di una parola. Lògos, da questo punto di vista, ad esempio, ha un duplice significato: significa sia discorso ma significa anche ragione, intendendo questo secondo termine come la facoltà di pensare mettendo in giusta relazione le cose tra di loro. La profondità del termine, tuttavia, non è ancora bene chiara in quanto lògos, oltre ad indicare ordine, è usato anche come sapienza e fondamento: da questo punto di vista, potremmo anche tradurre lògos con cardine, vale a dire un qualcosa di fondamentale per il giusto ordine di un determinato oggetto. Questo concetto in grammatica è espresso con il vocabolo verbo[2].

E’ chiaro pertanto che ragione è un vero e proprio termine polisemantico ma che riguarda sempre le categorie di giustezza, accuratezza e precisione: ecco perché anche nel linguaggio comune utilizziamo ancora oggi le espressioni che abbiamo citato sopra che rimandano ad un’ideale di perfezione o di correttezza. E’ altrettanto chiaro, pertanto, che un sistema filosofico degno di questo nome debba essere rispettoso e ossequiente al corretto uso della ragione altrimenti avremmo un sistema filosofico (che intende pertanto spiegare la realtà per quel che è) non ordinato e quindi senza verità.

Anche in questo caso conviene riflettere bene su quello che stiamo dicendo perché oggigiorno siamo abituati invece a sentire l’elogio di filosofie senza verità (il cosiddetto nichilismo), oppure di filosofie irrazionalistiche, ma anche di filosofie relativistiche (vale a dire portatrici di molteplici verità che si annientano tra di loro): tutte queste filosofie, apparentemente, hanno un loro ordine ma partono sempre e solo da un punto di vista errato, vale a dire il fatto che l’uomo non è capace di trovare la verità nelle cose. In pratica, questi sistemi filosofici sono contraddittori nella loro stessa natura: vogliono insegnare qualcosa che poi o non esiste o è inutile conoscere: ma che senso ha perseguire un ideale pur sapendo che è inservibile o superfluo? Facciamo un esempio pratico: tutti sappiamo che l’arsenico, se assunto in dosi eccessive, è dannoso per il nostro organismo (è, cioè, un veleno). Ci troviamo dinanzi ad una verità che tutti noi accettiamo senza neanche pensarci più di tanto. Ma poniamo il caso che domani un solo scienziato sentenziasse che l’arsenico invece fa bene all’organismo, e che la definizione di veleno è soggetta a dispute lessicali che dipendono dal periodo storico in cui vengono definite: assumereste senza farvi nemmeno una domanda una dose massiccia di quel veleno andando contro ciò che la vostra coscienza vi dice? Con le filosofie contemporanee avviene, mutatis mutandis, esattamente la stessa cosa: il mondo contemporaneo infatti ha scelto di non seguire né perseguire la ricerca della verità (che, come abbiamo visto, è la radice ultima della filosofia) accontentandosi invece di dichiarare che se esiste, la verità è debole oppure multipla. Questa è infatti il fondamento della cultura nella quale, volenti o nolenti, tutti quanti siamo immersi: non per nulla la nostra epoca è stata definita come post modernità, volendo significare che non solo non si ricerca più la verità forte ancorata in Dio (filosofia dell’età medievale) ma neanche più una verità forte radicata nell’uomo (filosofie razionaliste o atee, il cui esempio massimo è stato il marxismo).

La post-modernità rifiuta categoricamente ogni tipo di verità cosicché dovrebbe essere ancora più chiaro il titolo della nostra rubrica ed il nostro primo articolo: con tutti noi stessi, cioè, cerchiamo di applicare correttamente la ragione, elogiandola ed esaltandola all’interno dei limiti che la realtà gli impone, alla ricerca della verità profonda delle cose per poter rispondere alle domande profonde dell’uomo.

Ma se cerchiamo la verità secondo ragione, sappiamo che essa sarà ordinata, logica, puntuale e soprattutto stabile e unica (le massime verità negate oggigiorno). Il problema del Lògos è antico quanto tutta la filosofia: non è forse Parmenide tra i primi a parlarci di due (apparenti) verità che si contrappongo tra di loro (la Doxa e il Lògos)? E Parmenide non afferma già (con tutti i limiti che la formulazione parmenidea ha avuto e continua a proporre ancora oggigiorno) che il corretto uso della ragione condurrà il filosofo alla scoperta dell’unica verità? E che l’uomo è fatto per la verità lo abbiamo già visto negli articoli precedenti. Parlando oggi di ragione, tuttavia, è doveroso riportare la definizione che Severino Boezio ha dato per definire la persona come «rationalis naturae individua sub stantia», vale a dire «una sostanza individuale di natura razionale»[3]: l’uomo cioè è portato per la sua stessa natura a ricercare la verità, e sempre in maniera razionale poiché applica in questo la sua stessa natura profonda[4].

Più assoluti, nessun assoluto: come abbiamo visto negli articoli precedenti, tertium non datur. E questo lo capisce chiunque, senza grossi sforzi: il difficile tuttavia è sopravvivere alle dilaganti filosofie post-moderne che invece da diversi decenni ci dicono il contrario.

Nelle prossime puntate di questa Rubrica vedremo più nel dettaglio alcuni di questi sistemi filosofici, ma prima è ancora necessario entrare maggiormente in possesso del corretto lessico filosofico. Dal momento che l’anno sta per finire, infatti, vi diamo appuntamento alle prossime puntate in cui tratteremo (pur nella brevità propria della rubrica di un blog) di uno dei temi che più hanno appassionato gli spiriti filosofici più importanti di tutta la storia: che cos’è il tempo?


[1] http://www.treccani.it/vocabolario/ragione/
[2] Così ad esempio lo troviamo nel Prologo del Vangelo di Giovanni.
[3] De duabus naturis 3, Patrol. Lat. LXIV 1345.
[4] Le implicazioni della definizione di Boezio sono ovviamente molto più vaste di questa semplice nostra piccolissima annotazione.

lunedì 5 dicembre 2016

Filosofia e geometria: due facce della stessa medaglia

Nell’articolo del 28 Novembre abbiamo affermato che la nascita della filosofia fin da subito ha riguardato anche quelle che noi chiamiamo scienze matematiche, a cominciare dalla geometria che possiamo definire come la rappresentazione ideale della natura delle cose. Ma cosa intendiamo con questa frase?

Siamo abituati a fare una rigida distinzione (se non una vera e propria divisione) tra le scienze, frutto in particolare della visione positivista del XIX, che ci porta a ritenere le discipline completamente autonome una dall’altra. Similmente si ritiene che una specifica formazione si contrapponga ad un’altra, così chi studia economia non studierà filosofia (dimenticando che le teorie economiche fondamentali sono nate in ambito filosofico, basti pensare a Marx) e chi frequenta corsi di medicina non studia storia dell’arte (utile invece per creare ambienti belli in cui il paziente può sentirsi accolto e godere di un minimo di pace).

Per secoli e secoli, infatti, questa distinzione/divisione così rigida non esisteva ed era abituale, ad esempio, vedere dei seminaristi studiare accanto alla teologia anche l’astronomia, oppure degli architetti che erano anche storici (riuscendo a far bene entrambe le cose), e così via. Spesso questo approccio a differenti discipline e materie è definito nei libri di scuola con un generico sapere enciclopedico ma è chiaro che è troppo riduttivo e non guarda alla vera natura del sapere: tutte le discipline sono infatti concatenate una all’altra (quali più, quali meno) e possono essere addirittura complementari una all’altra in quanto tutte sono frutto della medesima natura umana la quale è e sempre sarà la medesima. Ovviamente è difficile ammettere una cosa del genere, ed ancor più arduo viverla ed applicarla, in quanto le passioni e gli interessi personali saranno sempre presenti nel singolo studioso e differiranno sempre da quelli degli altri. Allo stesso modo, bisogna riconoscere che esiste una gradualità ed una gerarchia delle discipline e delle scienze: questo tipo di classificazione non pone sullo stesso piano ogni medesima disciplina ma da un valore a ciascuna di esse senza tuttavia compiere discriminazioni in quanto in atto, cioè nell’applicazione, se correttamente messa in opera dalla singola persona, ogni disciplina è Regina rispetto ad un’altra. Facciamo un piccolo esempio: nell’ambito delle costruzioni, quale disciplina è più importante: la muratura o l’ingegneria edile? Entrambe, in quanto per poter costruire un fabbricato (applicazione della disciplina) serve sia la perizia del muratore che quella dell’ingegnere. Ma esse non sono uguali in quanto ovviamente presuppongono conoscenze infinitamente diverse.

Gerarchicamente parlando, infatti, seguendo la visione classica (oggigiorno, come accennato sopra, praticamente abbandonata) più la materia è universale più essa sarà gerarchicamente importante rispetto alle altre. Più essa sarà particolare, più essa sarà gerarchicamente meno importante rispetto alle altre. E, si capisce benissimo, non esiste materia più universale della filosofia in quanto, come abbiamo visto nel I articolo di questa rubrica, essa riesce a rispondere alle domande più profonde dell’uomo con un linguaggio universale.

Ma cosa c’entra tutto questo discorso con il titolo di questo articolo (la geometria è l’altra faccia della medaglia della filosofia)? Perché secondo noi la materia (tra quelle che oggi noi chiameremo scientifiche) che maggiormente si avvicina alla filosofia è la geometria in quanto essa, come la filosofia, riesce ad entrare nella natura profonda delle cose contribuendo alla demitizzazione del reale. Cos’è infatti la geometria se non la rappresentazione perfetta delle cose? Per far questo la geometra entra nella cosa e la studia nel profondo riportandola poi alla forma originaria che essa esprime a livello imperfetto. La geometria inoltre rappresenta ogni cosa nei caratteri comuni delle cose ma sempre in chiave astratta, vale a dire tramite le due dimensioni, tralasciando ciò che invece di cui noi abbiamo esperienza tutti i giorni: la solidità delle cose. Riflettiamo un momento: esiste il cerchio? O esistono cose che hanno una forma circolare? Similmente, esistono cose che non hanno volume? No, ovviamente[1]. Perché allora la geometria non li rappresenta nelle 3 dimensioni (facendo cioè dei modellini in scala) bensì nelle 2 dimensioni[2]?

La geometria può svolgere questa funziona perché, al pari della filosofia, riesce ad entrare nelle cose astraendo le forme perfette che sono alla base delle realtà di cui noi abbiamo esperienza: ma se si può indagare la realtà, vuol dire che essa (come visto nell’articolo precedente) non solo è osservabile, non solo è capibile ma soprattutto non è qualcosa né di divino né di mitico. Non è un caso che i primi filosofi siano stati anche matematici: spicca tra questi, ovviamente, Talete[3], celebre sia per il teorema che porta il suo nome[4] ma anche per essere universalmente riconosciuto come il primo filosofo[5].

La geometria possiamo vederla quindi come un’applicazione pratica della filosofia, purché essa sia sempre alla ricerca di qualcosa celato nella profondità delle cose: il processo di astrazione è esattamente lo stesso che abbiamo descritto nell’articolo precedente sebbene noi pensiamo che sia differente[6].

E’ per noi particolarmente difficile apprezzare i postulati[7] che ci offre la geometria euclidea[8] e riconoscerne la portata innovativa e di rottura rispetto alla cultura precedente: quante volte riflettiamo sul fatto che essi ci offrono la rappresentazione della realtà per quel che è, ma che tuttavia non si vede? Siamo abituati infatti a pensare a quei postulati come delle semplici nozioni scolastiche da mandare a memoria, ma così facendo non comprendiamo appieno la loro necessità per la vita di tutti i giorni[9]: scrolliamoci il torpore dell’istruzione mnemonica che, ahimè, è quella che va per la maggiore nelle scuole e passiamo invece ad una valutazione delle cose derivante dall’educazione[10]!

Seguendo questi grandi uomini, quindi, cerchiamo anche noi di leggere la realtà per quel che è ma con gli occhi di un bambino che si affaccia alla finestra per la prima volta: riusciremmo noi a meravigliarci di ciò che vediamo (pensiamo solo a come sarebbe lungo l’elenco che potremmo fare: il cielo, le stelle, gli alberi, le case, le persone, etc etc) ed a porci le domande fondamentali chi sono io e cosa sono le cose che vedo, da dove veniamo, dove andiamo, come siamo, perché siamo? Questa è infatti l’immagine perfetta per capire cosa sono stati i primi filosofi ed i primi matematici dell’antichità: persone che si sono interrogate su che cosa fosse la realtà, sfidando la cultura opprimente dell’epoca alla ricerca continua della vera natura delle cose e senza mai stancarsi di cercare.

Con gli occhi di chi si sveglia da un lungo sonno, o di un cieco che improvvisamente riacquista la vista, proviamo a rileggere i nostri manuali scolastici, e proviamo anche a rivedere gli appunti presi a lezione: di sicuro, dopo un po’ di tempo, riusciremo ad esclamare pieni di meraviglia «Che miracolo, stamattina»[11]!

Francesco Del Giudice



[1] Tutte le cose che esistono hanno sempre le tre dimensioni, dal foglio di carta al grattacielo, dal globulo rosso all’albero. Se non si hanno le tre dimensioni, in pratica, non si ha nessuna cosa: la più piccola altezza, anche se espressa in micrometri, è pur sempre la misurazione della terza dimensione.

[2] E’ doveroso precisare che la geometria si occupa ovviamente anche dei solidi, ma quando sono disegnati essi sono in un certo senso sempre nelle 2 dimensioni: il volume è dato infatti da un gioco di prospettiva che costituisce una vera e propria illusione ottica (sul foglio, cioè, l’oggetto apparirà sempre piatto). Questo discorso va calato infatti in senso astratto e va contestualizzato nello studio della radice profonda della geometria.

[3] Talete nacque probabilmente nel 624/623 a. C. e morì tra il 548 ed il 545 a.C. Secondo la tradizione fu il più antico filosofo, fondatore della Scuola di Mileto, di cui avrebbero poi fatto parte anche Anassimandro e Anassimene. Di Talete sappiamo con certezza poco o nulla, se non quanto trasmessoci dalla tradizione che, ad esempio, lo indica tra i 7 Saggi dell’Antichità. Talete fonda la sua filosofia nella ricerca dell’arché, il principio, che egli identifica nell’acqua. Gli vengono attribuiti molti teoremi di geometria, successivamente raccolti e dimostrati da Euclide.

[4] La proposizione del Teorema di Talete è la seguente: un fascio di rette parallele intersecanti due trasversali determina su di esse classi di segmenti direttamente proporzionali.

[5] Cfr. Aristotele, Metafisica, 983b 20-21.

[6] Raffaello, nella sua celebre Scuola di Atene, raffigura invece anche Euclide ed altri astronomi e matematici.

[7] Si tratta di proposizioni che, benché non dimostrabili, sono a fondamento di una dimostrazione o di una teoria.

[8] Euclide fu un matematico che operò ad Alessandria tra il IV ed il III sec. a.C, noto soprattutto per una sua opera, gli Elementi, che si può considerare la raccolta dei fondamenti, presentati in struttura assiomatica, della matematica greca.

[9] Come potremmo, ad esempio, comprare una bottiglia di acqua se non sapessi come calcolare il litro? Oppure, come potrei calcolare la taglia per un vestito senza avere la nozione del centimetro?

[10] Il termine non è scelto a caso in quanto, etimologicamente parlando, significa trarre fuori, tirar fuori: in termini filosofici, astrarre. Il Servo di Dio Luigi Giussani, fondatore della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha insistito senza sosta sul concetto di educazione da contrapporre alla formazione ed all’istruzione. Uno dei suoi principali testi si intitola non per nulla Il rischio educativo. Semplificando, per Giussani l’educazione è il metodo per giudicare tutte le cose. Senza giudizio non c’è vera educazione ma semplicemente nozioni da apprendere.


[11] E’ il titolo di una bella canzone di Salvatore Palomba e Sergio Bruni, recentemente inserita da Gianni Aversano nel suo ultimo disco Miserere 'e me. I primi versi della canzona sono emblematici per capire il senso di meraviglia che la canzone vuole trasmettere nel contemplare le cose che ci circondano: «Che miracolo stamattina / io, con lo sguardo stupito, / vedo il mondo come per la prima volta, / come fossi un bambino, /che miracolo stamattina». L’interpretazione di Aversano è ascoltabile a questo link https://www.youtube.com/watch?v=J6WzUvgmHL8