sabato 17 dicembre 2016

Isabella la Cattolica e la schiavitù degli indios

di Francesco Del Giudice
 
Dall’8 all’11 Dicembre si è svolto a Montefiascone l’XI Incontro della Voci del Verbo che ci ha impedito di poter scrivere e pubblicare gli articoli delle Rubriche Lux Veritatis e Quid est veritas?. Scusandoci per questo piccolo inconveniente, riprendiamo oggi 17 Dicembre, la nostra rubricata dedicata alla Storia.


Come abbiamo visto nell’articolo del 3 Dicembre, nel 1492 Isabella e Ferdinando inviarono Cristoforo Colombo per maria oceana con lo scopo di giungere ad partes Indie: il suo primo viaggio infatti partì dal porto di Palos il 2 agosto 1492 e si concluse nell’Isola di Guanahaní il 12 ottobre. Dal giorno della Scoperta inizia la grande avventura dell’esplorazione del continente americano in cui l’uomo europeo entrerà in contatto con civiltà che non avevano mai conosciuto né direttamente né indirettamente. Si trattava di popolazioni che, all’occhio di uno spagnolo dell’epoca apparivano da una parte da evangelizzare ma anche da schiavizzare. Non ci scandalizzi la cosa, in quanto non è lecito giudicare il tempo passato con gli occhi del presente: all’epoca infatti la schiavitù del non-cristiano era ampiamente giustificata grazie alla teoria della schiavitù naturale degli uomini barbari che, teorizzata da Aristotele, venne nel tempo piegata e modificata per giustificare la schiavitù dei non cristiani da parte di cristiani[1]. Leggendo attentamente la storia, tuttavia, possiamo affermare senza ombra di dubbio che, soprattutto per quanto riguarda la Spagna[2], tra i cosiddetti popoli precolombiani non incontriamo popoli schiavi bensì sudditi del Re di Spagna che, anzi, godevano di protezione diretta da parte del Sovrano esercitata, ovviamente, da un Viceré che si trovava in America. Perché avvenne questo e non, invece, ciò che il diritto dell’epoca permetteva? Perché fin da subito la Monarchia spagnola, ed Isabella in primis, si mostrò apertamente contraria alla schiavitù e favorevole invece alla civilizzazione degli indios.

Non possiamo vedere con attenzione ogni aspetto della vicenda che cominciò già nel 1495 e si concluse definitivamente nel 1680[3]: ci limiteremo qui a trattare la vicenda per sommi capi facendo riferimento a casi particolari che sono stati alla base degli eventi successivi.

Colombo stesso non era esente dalla mentalità schiavistica dell’epoca, tant’è che il 2 Febbraio 1495 inviò 500 indios de La Española (considerati da lui schiavi di buona guerra) per essere venduti nei mercati di schiavi dell’Andalusía: Isabella e Ferdinando il 12 Aprile autorizzarono la vendita[4] ma il 16 (solamente dopo 4 giorni) la sospesero «poiché Noi vogliamo sapere da letterati, teologi e canonisti se con buona coscienze siano vendibili questi schiavi da parte di voi solo»[5] rinunciando anche a riscuotere il denaro delle vendite già compiute. Che cosa era successo in quei quattro giorni? Ufficialmente non sappiamo nulla al riguardo ma, con ogni probabilità, Isabella e Ferdinando vennero assaliti da scrupoli di coscienza che si rifletteranno nelle loro future scelte. Ci tengo a sottolineare che non si tratta di una visione pietistica di questo documento bensì la lettura corretta del testo: è incontrovertibile infatti, il fatto che i Monarchi usano le espressioni «con buona coscienza» e non altre di natura politica o economica. Un ulteriore evento del 1499 ci viene in aiuto per capire lo stato d’animo di Isabella dinanzi a queste “spedizioni” che Colombo organizzava dall’America. In quell’anno infatti, l’ammiraglio inviò nuovamente in Spagna circa 300 schiavi, regalandone uno a ciascun membro dell’equipaggio: quando Isabella seppe la notizia «si infuriò molto dicendo queste parole: “che potere [simile al mio] ha l’Ammiraglio di dare a chicchessia i miei vassalli?” ed altre simili»[6], ordinando in seguito che le fossero consegnati gli schiavi.

In pratica, Isabella e Ferdinando spostarono (probabilmente per la prima volta nella storia) il problema della schiavitù del non-cristiano dall’ambito politico-economico a quello morale: si è trattata di una vera e propria rivoluzione culturale che ancora oggi è difficile da comprendere appieno. Il loro agire non si limitò alla semplice istituzione di una commissione ma comportò anche il censimento degli indios in questione ed il loro rimpatrio in America (come accadde ad esempio nel 1500)[7] ed una cura particolare delle loro condizioni di vita.

Si apre qui un aspetto della Scoperta dell’America poco conosciuto e spesso ignorato di proposito: Isabella si occupò infatti della creazione e dell’organizzazione dei territori scoperti sia nel 1501 «volendo compiere il servizio di Dio e nostro, e l’amministrazione della nostra giustizia, e la pace, la tranquillità e il buon governo di queste isole e terra ferma»[8] sia nel 1503[9] con una Real Instrucción che, se letta attentamente, lascia meravigliati per quello che ordinava. In questa Ordinanza infatti la Regina ordina di creare dei pueblos di indios con una chiesa e un funzionario giudiziario per radicare l’istituto naturale della famiglia, consigliando anche matrimoni misti tra spagnoli ed indios; i funzionari devono compiere un censimento generale della popolazione e devono sovrintendere al comportamento degli indios, insegnando loro a coprirsi e a vestirsi. Isabella stabilì, inoltre, che in ogni villaggio si erigesse una chiesa con annessa una scuola come anche ospedali: entrambe le istituzioni devono essere aperte a tutta la popolazione, agli indios come agli spagnoli. La regina interviene anche in problemi interni alla popolazione indigena ma, contemporaneamente, critica il comportamento sia pubblico che privato degli spagnoli poiché tale condotta non produce né le conversioni né la pace da lei auspicate. Nello stesso documento, inoltre, sono presenti le primissime leggi che istituiscono e regolano la Casa de Contratación e il lavoro degli indios nelle piantagioni o nelle miniere (obbligando gli spagnoli a trattarli bene senza negare i diritti elementari degli indios, come il cibo).

È innegabile che le ordinanze di Isabella vennero in gran parte disattese dai suoi funzionari e dai coloni tanto che, in un’ulteriore carta del 20 dicembre 1503[10], Isabella stessa deplorò il fatto ampliando maggiormente il progetto iniziale ed obbligando a dare la giusta paga, giornaliera, ai lavoratori autoctoni facendo «in modo che gli indios siano trattati bene, e quelli che sono cristiani meglio degli altri» ricordando inoltre al Governatore: «che non consentiate né permettiate che ci sia occasione perché qualcuno gli possa far del male, o danno o altre barbarie»[11].

È importante conoscere questi documenti, benché ci possano sembrare solamente un lungo elenco di leggi mai applicate, perché ci permettono di capire meglio sia le intenzioni di Isabella sia quelle dei suoi successori: portare cioè la fede cristiana e la cultura europea in America per poter far diventare le popolazioni locali quello che sono oggi. I documenti infatti sono fondamentali per qualsiasi seria ricerca storica e, in pratica, il documento è lo specchio fedele di quanto sta accadendo in un determinato momento. Quelli che abbiamo citati poi sono ancora più importanti perché si tratta di leggi le quali hanno sempre un carattere pedagogico e culturale. Per capire appieno che cosa è stato realizzato in Spagna sotto Isabella e Ferdinando (e i loro successori), soprattutto nei confronti degli indios, dobbiamo leggere la legislazione di quegli anni come cartina al tornasole di una società che stava abbandonando vecchi modelli (giuridici e culturali) in favore di un nuovo modo di intendere l’uomo: tutte le leggi sopra nominate, cioè, devono essere usate come termine di paragone con altri Paesi e con altri modelli giuridici dell’epoca.

Solamente questa analisi, quindi, ci potrà portare a formulare un giudizio complessivo dell’opera che la Corona spagnola volle condurre in America non dimenticando però che le leggi hanno un valore per così dire “teorico” e devono essere tradotte in pratica: pur essendo coercitive, infatti, l’uomo può liberamente (ma non legittimamente) non applicarle o contraddirle[12]. Un conto, infatti, è definire (e quindi sanzionare) un reato, un conto è far applicare la legge. Legittimità e libertà, infatti, non vanno di pari passo né sono la stessa cosa poiché l’uomo può liberamente delinquere e porsi fuori dalla legge in maniera illegittima. Dobbiamo considerare inoltre altri due fattori fondamentali per l’applicazione della legge: la distanza geografica e la difficoltà (se non la quasi impossibilità a volte) di sanzionare i colpevoli in un mondo in cui non esistevano telefoni cellulari, mappe satellitari e tutte le altre innovazioni tecnologiche in nostro possesso[13]: come e quando si può sapere in Spagna, in un’epoca in cui non esistono né sms né tv satellitari, ciò che in America sta succedendo? La risposta è molto semplice: le notizie arrivavano filtrate dalle relazioni e dalle denuncie ma dovevano percorrere l’Oceano Atlantico in vari mesi di navigazione. La risoluzione del problema era affidata ad un’ordinanza che doveva essere applicata, sempre mesi dopo e sempre dopo aver percorso l’Oceano Atlantico, da un pugno di fedelissimi alla Corona.

E’ doveroso pertanto ribadire con forza questo principio: le leggi ci furono; i problemi vennero affrontati ma, ovviamente, era tutto rimesso alla piena osservanza ed alla piena accettazione degli ordini da parte di pochi uomini che, date le circostanze, potevano anche fare il bello e il cattivo tempo senza che nessuno lo sapesse. Nei pochi casi in cui le leggi non ci furono o i problemi non vennero affrontati con forza da parte dell’autorità, viceversa, dobbiamo denunciare la cosa senza porci nessun problema o scrupolo di coscienza. Come abbiamo già detto nell’articolo del 3 Dicembre, infatti, non abbiamo bisogno di una Leggenda Rosa: abbiamo bisogno della verità storica, che è una cosa completamente differente.

Per concludere: l’opera di Isabella e Ferdinando, continuata nel corso degli anni dai suoi successori, produsse ciò che l’uomo europeo del 1492 non poteva nemmeno immaginare: la creazione di un mondo, di una Nueva España o di una Magna Europa benedetta il 9 dicembre 1531 dall’apparizione sul Tepeyac (nei dintorni di Città del Messico) della Virgen Morena de Guadalupe che, presentandosi come una meticcia ed indossando una tunica con dei fiocchi neri all’altezza del ventre, è il sigillo ad un caso di un’inculturazione ed una civilizzazione che, per quanti errori abbia potuto commettere si deve ammettere che ha del miracoloso.


[1] Cfr. E. González Fernández, Humanismo frente a esclavitud en América durante el Cuatrocientos, in «Mar Oceana Revista del Humanismo Español e Iberoamericano», III, 1999, pp. 65-78; A. Rumeu de Armas, La politica indigenista de Isabel la Católica, cit.; M. Hernández Sánchez-Barba, Conciencia moral y dominio soberano: Isabel la Católica y la dignidad del súbdito americano, in «Mar Oceana Revista del Humanismo Español e Iberoamericano», IX, 2001, pp. 25-36.

[2] Il caso degli schiavi negri si situa all’interno di questa dottrina essendo originari dell’Africa erano ritenuti islamici e, quindi, appartenevano alla categoria degli infedeli che non godevano di piena cittadinanza, giacché questa era data solamente dall’essere cattolico (cioè dall’essere battezzato). Si può discutere questa teoria, e possiamo giustamente segnalare l’errore nell’attribuire a tutti gli abitanti dell’Africa l’appartenenza all’islamismo, ma possiamo farlo solamente con i nostri occhi di uomini del XXI secolo che hanno conosciuto anche le aberrazioni del ‘900 in cui vennero privati della dignità di persona interi popoli all’interno di logiche politico-culturali di matrice totalitaria. Per un uomo del XV-XVIII secolo, invece, era abbastanza comune credere in queste idee tanto da metterle in pratica. E’ bene specificare tuttavia che la voce della Chiesa si è sempre levata contro la schiavitù, in virtù sia dell’universalità della Redenzione di Cristo sia per la dignità propria di ciascun uomo in quanto persona. Nella maggior parte dei casi, per quanto riguarda l’America latina (governata cioè da Paesi cattolici) la schiavitù venne applicata con sotterfugi o andando sempre contro la legge vigente, apertamente non schiavistica.

[3] E’ l’anno in cui si giunse alla sintesi definitiva di tutta la legislazione sugli indios. In quell’anno infatti venne redatto da Sólorzano Pereira e Antonio de León Pinelo la Recopilación de Leyes de los Reynos de las Indias, diviso in 9 libri e che contiene 6385 leggi: come dice lo stesso titolo si trattò della raccolta sistematica ed organica di tutta la legislazione prodotta sull’America.

[4] Carta de los reyes autorizando en principio la venta como esclavos de los primeros indios arribados a la Metrópoli, Madrid 12 aprile 1495, AGI,PATRONATO,9,R.1, f. 83r.

[5] Carta de los Reyes mandando al obispo de Badajoz retener el producto de la venta de los indios que envió el Almirante, hasta consultar y estar seguros de si podrán o no venderlos, Madrid 16 aprile 1495, AGI,PATRONATO,9,R.1, ff. 85v-86r.

[6] Bartolome de las Casas, Historia de las Indias, Imprenta de Miguel Ginesta, Madrid 1875, p. 474. Traduzione dallo spagnolo mia.

[7] AGI,CONTRATACION,3249, f. 242. Colombo non fu l’unico a dedicarsi a tale tipo di commercio, cui parteciparono anche altri capitani ed esploratori: ad esempio, trasgredendo volontariamente il divieto reale, l’esploratore Cristobal Guerra inviò nuovi schiavi in Castiglia nel 1501. Quando lo seppe, Isabella in persona gli contestò il fatto, gli confiscò i propri beni (per poter pagare il riscatto degli indios ed il loro viaggio di ritorno) e lo fece arrestare: AGI,INDIFERENTE,418,L.1, ff. 70 r-v.
[8] Nombramiento de Fray Nicolás de Ovando por Gobernador de las Islas y Tierra Firme de las Indias, 3/09/1501, AGI,INDIFERENTE,418,L.1, ff. 24r-25r .

[9] AGI,INDIFERENTE,418,L.1, ff. 94 v-98v . Il documento è datato Alcalá de Henares 20 marzo 1501 e Zaragoza 29 marzo 1503: la prima data corrisponde alla firma della Regina mentre la seconda alla firma di Ferdinando che, dunque, ratificò semplicemente il documento. Lo stesso giorno vennero redatte delle ordinanze segrete a Ovando riguardanti aspetti puramente economici e amministrativi: AGI,INDIFERENTE,418,L.1, ff. 98 v-99v .

[10] AGI,INDIFERENTE,418,L.1, ff. 121v-122r .

[11] Lo stesso giorno venne emanata un’ulteriore Cedula per il Governatore Ovando permettendo agli indios che avevano intenzione di farlo di potersi recare in Spagna: se essi infatti erano sudditi come tutti gli altri, perché non avrebbero dovuto avere il permesso di viaggiare liberamente anche per mare?. Cfr. Real Cedula al gobernador Ovando para que puedan venir a España los indios que de su voluntad quisieren hacerlo (o anche Permiso para traer indios a Castilla), AGI,INDIFERENTE,418,L.1,F.120v-121r.).

[12] Si pensi al caso del furto in Italia: pur essendo vietato dalla legge, infatti, nel nostro Paese si compie una media di 1 furto ogni 60 secondi.

[13] La Corona emanava la legge in Castiglia ma l’ambito di applicazione era in America, a migliaia di km di distanza e, per di più, la legge doveva essere applicata da un uomo solo (un governatore) che, al massimo, poteva avere con sé una forza militare nuova (che, cioè, non era mai stata in America) di poche centinaia di uomini, se non di meno. Se il viaggio di andata era andato bene (e quindi i documenti non si erano bagnati, tutto l’equipaggio era rimasto in buona salute, la nave non era colata a picco, etc) il nuovo funzionario poteva andare alla ricerca del colpevole dei crimini. Ma, ovviamente, doveva trovarlo in un posto che era per i più sconosciuto ed inesplorato.

lunedì 5 dicembre 2016

Filosofia e geometria: due facce della stessa medaglia

Nell’articolo del 28 Novembre abbiamo affermato che la nascita della filosofia fin da subito ha riguardato anche quelle che noi chiamiamo scienze matematiche, a cominciare dalla geometria che possiamo definire come la rappresentazione ideale della natura delle cose. Ma cosa intendiamo con questa frase?

Siamo abituati a fare una rigida distinzione (se non una vera e propria divisione) tra le scienze, frutto in particolare della visione positivista del XIX, che ci porta a ritenere le discipline completamente autonome una dall’altra. Similmente si ritiene che una specifica formazione si contrapponga ad un’altra, così chi studia economia non studierà filosofia (dimenticando che le teorie economiche fondamentali sono nate in ambito filosofico, basti pensare a Marx) e chi frequenta corsi di medicina non studia storia dell’arte (utile invece per creare ambienti belli in cui il paziente può sentirsi accolto e godere di un minimo di pace).

Per secoli e secoli, infatti, questa distinzione/divisione così rigida non esisteva ed era abituale, ad esempio, vedere dei seminaristi studiare accanto alla teologia anche l’astronomia, oppure degli architetti che erano anche storici (riuscendo a far bene entrambe le cose), e così via. Spesso questo approccio a differenti discipline e materie è definito nei libri di scuola con un generico sapere enciclopedico ma è chiaro che è troppo riduttivo e non guarda alla vera natura del sapere: tutte le discipline sono infatti concatenate una all’altra (quali più, quali meno) e possono essere addirittura complementari una all’altra in quanto tutte sono frutto della medesima natura umana la quale è e sempre sarà la medesima. Ovviamente è difficile ammettere una cosa del genere, ed ancor più arduo viverla ed applicarla, in quanto le passioni e gli interessi personali saranno sempre presenti nel singolo studioso e differiranno sempre da quelli degli altri. Allo stesso modo, bisogna riconoscere che esiste una gradualità ed una gerarchia delle discipline e delle scienze: questo tipo di classificazione non pone sullo stesso piano ogni medesima disciplina ma da un valore a ciascuna di esse senza tuttavia compiere discriminazioni in quanto in atto, cioè nell’applicazione, se correttamente messa in opera dalla singola persona, ogni disciplina è Regina rispetto ad un’altra. Facciamo un piccolo esempio: nell’ambito delle costruzioni, quale disciplina è più importante: la muratura o l’ingegneria edile? Entrambe, in quanto per poter costruire un fabbricato (applicazione della disciplina) serve sia la perizia del muratore che quella dell’ingegnere. Ma esse non sono uguali in quanto ovviamente presuppongono conoscenze infinitamente diverse.

Gerarchicamente parlando, infatti, seguendo la visione classica (oggigiorno, come accennato sopra, praticamente abbandonata) più la materia è universale più essa sarà gerarchicamente importante rispetto alle altre. Più essa sarà particolare, più essa sarà gerarchicamente meno importante rispetto alle altre. E, si capisce benissimo, non esiste materia più universale della filosofia in quanto, come abbiamo visto nel I articolo di questa rubrica, essa riesce a rispondere alle domande più profonde dell’uomo con un linguaggio universale.

Ma cosa c’entra tutto questo discorso con il titolo di questo articolo (la geometria è l’altra faccia della medaglia della filosofia)? Perché secondo noi la materia (tra quelle che oggi noi chiameremo scientifiche) che maggiormente si avvicina alla filosofia è la geometria in quanto essa, come la filosofia, riesce ad entrare nella natura profonda delle cose contribuendo alla demitizzazione del reale. Cos’è infatti la geometria se non la rappresentazione perfetta delle cose? Per far questo la geometra entra nella cosa e la studia nel profondo riportandola poi alla forma originaria che essa esprime a livello imperfetto. La geometria inoltre rappresenta ogni cosa nei caratteri comuni delle cose ma sempre in chiave astratta, vale a dire tramite le due dimensioni, tralasciando ciò che invece di cui noi abbiamo esperienza tutti i giorni: la solidità delle cose. Riflettiamo un momento: esiste il cerchio? O esistono cose che hanno una forma circolare? Similmente, esistono cose che non hanno volume? No, ovviamente[1]. Perché allora la geometria non li rappresenta nelle 3 dimensioni (facendo cioè dei modellini in scala) bensì nelle 2 dimensioni[2]?

La geometria può svolgere questa funziona perché, al pari della filosofia, riesce ad entrare nelle cose astraendo le forme perfette che sono alla base delle realtà di cui noi abbiamo esperienza: ma se si può indagare la realtà, vuol dire che essa (come visto nell’articolo precedente) non solo è osservabile, non solo è capibile ma soprattutto non è qualcosa né di divino né di mitico. Non è un caso che i primi filosofi siano stati anche matematici: spicca tra questi, ovviamente, Talete[3], celebre sia per il teorema che porta il suo nome[4] ma anche per essere universalmente riconosciuto come il primo filosofo[5].

La geometria possiamo vederla quindi come un’applicazione pratica della filosofia, purché essa sia sempre alla ricerca di qualcosa celato nella profondità delle cose: il processo di astrazione è esattamente lo stesso che abbiamo descritto nell’articolo precedente sebbene noi pensiamo che sia differente[6].

E’ per noi particolarmente difficile apprezzare i postulati[7] che ci offre la geometria euclidea[8] e riconoscerne la portata innovativa e di rottura rispetto alla cultura precedente: quante volte riflettiamo sul fatto che essi ci offrono la rappresentazione della realtà per quel che è, ma che tuttavia non si vede? Siamo abituati infatti a pensare a quei postulati come delle semplici nozioni scolastiche da mandare a memoria, ma così facendo non comprendiamo appieno la loro necessità per la vita di tutti i giorni[9]: scrolliamoci il torpore dell’istruzione mnemonica che, ahimè, è quella che va per la maggiore nelle scuole e passiamo invece ad una valutazione delle cose derivante dall’educazione[10]!

Seguendo questi grandi uomini, quindi, cerchiamo anche noi di leggere la realtà per quel che è ma con gli occhi di un bambino che si affaccia alla finestra per la prima volta: riusciremmo noi a meravigliarci di ciò che vediamo (pensiamo solo a come sarebbe lungo l’elenco che potremmo fare: il cielo, le stelle, gli alberi, le case, le persone, etc etc) ed a porci le domande fondamentali chi sono io e cosa sono le cose che vedo, da dove veniamo, dove andiamo, come siamo, perché siamo? Questa è infatti l’immagine perfetta per capire cosa sono stati i primi filosofi ed i primi matematici dell’antichità: persone che si sono interrogate su che cosa fosse la realtà, sfidando la cultura opprimente dell’epoca alla ricerca continua della vera natura delle cose e senza mai stancarsi di cercare.

Con gli occhi di chi si sveglia da un lungo sonno, o di un cieco che improvvisamente riacquista la vista, proviamo a rileggere i nostri manuali scolastici, e proviamo anche a rivedere gli appunti presi a lezione: di sicuro, dopo un po’ di tempo, riusciremo ad esclamare pieni di meraviglia «Che miracolo, stamattina»[11]!

Francesco Del Giudice



[1] Tutte le cose che esistono hanno sempre le tre dimensioni, dal foglio di carta al grattacielo, dal globulo rosso all’albero. Se non si hanno le tre dimensioni, in pratica, non si ha nessuna cosa: la più piccola altezza, anche se espressa in micrometri, è pur sempre la misurazione della terza dimensione.

[2] E’ doveroso precisare che la geometria si occupa ovviamente anche dei solidi, ma quando sono disegnati essi sono in un certo senso sempre nelle 2 dimensioni: il volume è dato infatti da un gioco di prospettiva che costituisce una vera e propria illusione ottica (sul foglio, cioè, l’oggetto apparirà sempre piatto). Questo discorso va calato infatti in senso astratto e va contestualizzato nello studio della radice profonda della geometria.

[3] Talete nacque probabilmente nel 624/623 a. C. e morì tra il 548 ed il 545 a.C. Secondo la tradizione fu il più antico filosofo, fondatore della Scuola di Mileto, di cui avrebbero poi fatto parte anche Anassimandro e Anassimene. Di Talete sappiamo con certezza poco o nulla, se non quanto trasmessoci dalla tradizione che, ad esempio, lo indica tra i 7 Saggi dell’Antichità. Talete fonda la sua filosofia nella ricerca dell’arché, il principio, che egli identifica nell’acqua. Gli vengono attribuiti molti teoremi di geometria, successivamente raccolti e dimostrati da Euclide.

[4] La proposizione del Teorema di Talete è la seguente: un fascio di rette parallele intersecanti due trasversali determina su di esse classi di segmenti direttamente proporzionali.

[5] Cfr. Aristotele, Metafisica, 983b 20-21.

[6] Raffaello, nella sua celebre Scuola di Atene, raffigura invece anche Euclide ed altri astronomi e matematici.

[7] Si tratta di proposizioni che, benché non dimostrabili, sono a fondamento di una dimostrazione o di una teoria.

[8] Euclide fu un matematico che operò ad Alessandria tra il IV ed il III sec. a.C, noto soprattutto per una sua opera, gli Elementi, che si può considerare la raccolta dei fondamenti, presentati in struttura assiomatica, della matematica greca.

[9] Come potremmo, ad esempio, comprare una bottiglia di acqua se non sapessi come calcolare il litro? Oppure, come potrei calcolare la taglia per un vestito senza avere la nozione del centimetro?

[10] Il termine non è scelto a caso in quanto, etimologicamente parlando, significa trarre fuori, tirar fuori: in termini filosofici, astrarre. Il Servo di Dio Luigi Giussani, fondatore della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha insistito senza sosta sul concetto di educazione da contrapporre alla formazione ed all’istruzione. Uno dei suoi principali testi si intitola non per nulla Il rischio educativo. Semplificando, per Giussani l’educazione è il metodo per giudicare tutte le cose. Senza giudizio non c’è vera educazione ma semplicemente nozioni da apprendere.


[11] E’ il titolo di una bella canzone di Salvatore Palomba e Sergio Bruni, recentemente inserita da Gianni Aversano nel suo ultimo disco Miserere 'e me. I primi versi della canzona sono emblematici per capire il senso di meraviglia che la canzone vuole trasmettere nel contemplare le cose che ci circondano: «Che miracolo stamattina / io, con lo sguardo stupito, / vedo il mondo come per la prima volta, / come fossi un bambino, /che miracolo stamattina». L’interpretazione di Aversano è ascoltabile a questo link https://www.youtube.com/watch?v=J6WzUvgmHL8

sabato 3 dicembre 2016

1492: un anno eccezionale

Nell’articolo del 26 Novembre, intitolato Isabella la Cattolica, gloria e onore della Spagna e della Chiesa, abbiamo tratteggiato un breve ritratto della Regina di Castiglia proponendoci di approfondire maggiormente in altri due articoli la Reconquista di Granada, la Scoperta dell’America e legislazione di Isabella e dei suoi successori in favore degli indios. L’articolo di oggi, pertanto, tratterà il più brevemente possibile due eventi fondamentali per la vita sia di Isabella che del mondo intero avvenuti rispettivamente nel Gennaio e nell’Ottobre 1492: la conclusione della Reconquista e l’approdo di Colombo in America.

Il 2 Gennaio 1492, per la prima volta dopo secoli, una croce venne innalzata nella parte più alta della città di Granada. Con un po’ di impegno è facile vedere la scena: la croce troneggiava accanto agli stendardi dell’Ordine di Santiago e della Corona di Castiglia ed Aragona; si può udire sia il canto del Te Deum da parte di numerosi uomini di Chiesa sia l’ovazione “Castiglia!, Castiglia!” da parte di altrettanti uomini armati; Isabella e Ferdinando vedono dall’alto dell’Alhambra, il palazzo in cui risiede il Re di Granada, la grande città andalusa e tutto il territorio circostante. Il Regno di Granada è scomparso, la Reconquista è conclusa: non resta che comunicare la vittoria alle città di Spagna, al Papa ed a tutta la Cristianità.

La scena che vi abbiamo appena descritto si è svolta veramente, e non è frutto della nostra fervida immaginazione[1] ed ebbe un impatto enorme sia sulle vicende della Spagna che di tutta Europa: la croce era tornata a dominare Granada, capitale dell’ultimo Regno musulmano in Europa occidentale, grazie all’impegno profuso da Isabella e Ferdinando in una campagna di guerra che era iniziata ufficialmente nel 1482.

Che cosa ha significato la Conquista di Granada per Isabella e Ferdinando? Letteralmente tutto, giacché si sentivano «obbligati nel fare guerra ai mori nemici della Santa Fede Cattolica, sulla scia di quanto fatto dagli altri Sovrani cattolici nostri predecessori»[2]. E per un europeo di allora, cosa ha comportato la conquista di Granada? Potrà sembrarci strano ma la risposta è di una semplicità infinita: una felicità immensa[3].

A noi europei del XXI secolo questa cosa ci può far inorridire, abituati come siamo sia al clima di convivenza (se non di puro relativismo) sia all’assenza di guerre in casa nostra da più di 70 anni, ma per un uomo del XV secolo non era così poiché si situa in un periodo di grosso travaglio per la Cristianità[4]: riportare qualsiasi vittoria sul mondo islamico, anche la più piccola, significa poter vivere ancora per un po’ all’interno della Cristianità, lontano da persecuzioni e dalla legge coranica. Ma la conquista Granada fu ancora più sconvolgente delle altre vittorie perché per la prima volta dopo secoli si era trattata di una conquista portata della Cristianità sull’Islam e non di una semplice vittoria a seguito di un attacco: Isabella e Ferdinando avevano dimostrato empiricamente che, benché a fronte di uno sforzo immane[5], era possibile battere le forze dell’islam, portando la guerra nel campo avversario senza attendere di essere attaccati. Si trattò fin dall’inizio di una vera e propria crociata, riconosciuta con tanto di bolla da parte della Santa Sede[6]. Ripresa Granada, il cui Regno da sempre sembrava impossibile da conquistare, perché non provare a ri-conquistare anche Gerusalemme e liberare il Santo Sepolcro dalle mani degli infedeli?

Ed è in questa cornice politico-culturale, in cui i Re Cattolici si sentono e vengono percepiti come difensori e propagatori del cristianesimo, che si situa anche il I viaggio di Cristoforo Colombo alla volta delle Indie, avvenuto in quello stesso 1492. Tra le persone che inneggiano Isabella e Ferdinando nell’Alhambra il 2 Gennaio, è presente anche marinaio, italiano di nascita ma ormai lontano dall’Italia da tantissimi anni: si tratta di Cristoforo Colombo, il futuro Ammiraglio del Mar Oceano, in contatto con i Re Cattolici fin dal 1486 quando propose il suo grande progetto di buscar el Oriente por el Occidente[7]. Colombo conosceva personalmente Isabella (ed ovviamente anche Ferdinando) dalla quale era stato protetto numerose volte che non voleva abbandonare le sue proposte: si pensi che sia nel 1487 Isabella non prese in considerazione il parere negativo di una Giunta di esperti[8], sospendendone il giudizio ed accogliendo Colombo a Corte, sostenendolo economicamente. La stessa cosa avvenne nel Gennaio 1492 quando, cioè, Isabella incaricò il proprio Segretario di redigere dei contratti commerciali: stiamo parlando delle Capitulaciones de Santa Fe[9], siglate il 17 Aprile d1492, che si compongo di diversi documenti, tra cui dei salvacondotti per l’Ammiraglio, una lettera al Gran Khan ed altre tre, senza destinatario, rivolte ai signori delle eventuali terre incontrate durante il viaggio[10].

Questi documenti sono di fondamentale importanza per poter capire cosa è stata la (futura) Scoperta dell’America e perché si ricollega idealmente alla Reconquista di Granada, vale a dire un amplissimo progetto missionario per poter espandere la fede cattolica in tutto il Mondo, verità negata aspramente dalla Leggenda Nera e dai detrattori di Isabella. Basandoci sui documenti dell’epoca, benché poco conosciuti, invece, possiamo affermare senza alcun problema che la Scoperta dell’America non fu una semplice spedizione commerciale o di conquista. Se è vero, infatti, che le Capitulaciones sono dei semplici contratti economico-giuridici, è altrettanto vero che gli altri documenti invece presentano le motivazioni del viaggio di Colombo: in uno infatti è specificato che «mandiamo alla vostra presenza il nobile don Cristoforo Colombo con tre caravelle armate attraverso i Mari Oceani verso le Indie per il servizio di Dio e l’aumento della vera fede come anche di altre cause ed affari concernenti benefici e guadagni nostri»[11].

Ebbene: in quel «nec non» del documento, cioè in quel «come anche» è contenuta la risposta a quanti affermano che la scoperta dell’America sia stata voluta e decisa solamente per motivazioni economiche e che il carattere missionario sia stato un orpello e un cappello della Spagna per poter giustificare le proprie malefatte lì compiute. Ma attenzione: il documento in questione dice «nec non» per cui non è legittimo dire che la Scoperta avvenne solo ed esclusivamente per motivazioni religiose e missionarie[12]: è più corretto infatti parlare di intenzione principale, seguendo in questo lo stesso ragionamento di Isabella, la quale affermò nel suo testamento che «quando ci furono concesse dalla Santa Sede Apostolica le Isole e la Terra Ferma del Mare Oceano, scoperte e da scoprire la nostra principale intenzione fu, quando lo supplicammo a Papa Alessandro VI di buona memoria – che ci ha concesso ciò – di provare e convertire le popolazioni di quella terra alla nostra santa fede cattolica, e di inviare a quelle Isole e Terra Ferma sacerdoti, religiosi, chierici e altre persone dotte e timorate di Dio per istruire gli abitanti di quelle terre nella fede cattolica e di insegnare loro buoni costumi, dargli la giusta diligenza secondo i dettami contenuti della su nominata concessione»[13].

Anche altri documenti, tra cui la celeberrima bolla Inter Caetera di Alessandro VI, mosrano come le due imprese del 1492 sono legate tra di loro. Tutto il popolo spagnolo visse la scoperta dell’America in senso apostolico e missionario perché avvenne nello stesso anno della reconquista di Granada, cioè al termine della guerra della Cristianità contro l’Islam, una guerra che era nello stesso tempo propagazione e difesa della fede. La forza profusa dall’intera popolazione spagnola (ma prima ancora dai Monarchi) nella riconquista del Regno di Granada non si esaurì il 2 gennaio 1492 ma continuò a vivere come un fiume carsico, dando i suoi frutti nel continente americano. Solamente l’entusiasmo e la gioia per la riconquista di Granada possono spiegare l’approvazione data da Isabella e Ferdinando al progetto di Colombo che mirava a giungere a Gerusalemme[14].
Missione, crociata, evangelizzazione: queste furono le principali motivazioni che spinsero Isabella e Ferdinando a compiere due imprese visionarie per l’epoca, vale a dire riconquistare Granada e poi cercare di giungere in Oriente (cioè a Gerusalemme) navigando verso Occidente.

Francesco Del Giudice



[1] Cfr. Andrés Bernáldez, Historia de los Reyes Católicos D. Fernando y Doña Isabel, Tomo I, Imprenta de D. José María Geofrin, Sevilla 1870, pp.302-303.

[2] «Obligados de fazer la guerra a los moros enemigos de la sancta fee catholica, como han fecho e fizieron los otros catholicos reyes predecesores»: AGS,PTR,LEG,12,DOC.28

[3] La notizia si sparse per tutta la Cristianità e venne festeggiata con messe, processioni e persino con uno rappresentazione dell’impresa cui seguì una corrida tenutasi a Roma in onore dei Re Cattolici (cfr.: L. Pastor, Storia dei Papi dalla fine de Medio Evo, ed. italiana a cura di A. Mercati, vol. III, Storia dei Papi nel periodo del Rinascimento dall’elezione di Innocenzo VIII alla morte di Giulio II, Roma, 1912, p. 228-229). Tradizione vuole che nello stesso giorno in cui la notizia arrivò a Roma, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme gli operai trovarono la cassetta contenente il Titulus Crucis, di cui si era persa la notizia.

[4] Nel 1453 i turchi islamici avevano conquistato Costantinopoli ponendo fine all’Impero Romano d’Oriente; nel 1461 è la volta del regno di Trebisonda (ultimo regno cristiano d’Oriente); nel 1480 i turchi si rendono responsabili della conquista (temporanea) della città di Otranto e del massacro di 12.000 abitanti con il chiaro intento di puntare su Roma.

[5] La Guerra di Granada costituì sia un vero e proprio esborso per le casse della Corona di Castiglia, come anche un’impresa che non accennava mai di concludersi. Nelle vicende della Guerra di Granada è interessante notare un atteggiamento diverso tra Ferdinando e Isabella: da abile soldato e condottiero qual era, Ferdinando si mostrò spesso convinto ad abbandonare la Guerra, mentre Isabella lo spinse in ogni modo a portare a termine la causa iniziata. Questo duplice atteggiamento si vide già nel 1482: quando Ferdinando rinunciò, dopo appena 5 giorni di tentativi, di assediare la fondamentale rocca di Loja, Isabella si adoperò con tutte le sue forze per permettere al Re di poter tornare a dare battaglia l’anno successivo. Le cronache dell’epoca ci mostrano Isabella sempre fermamente convinta della necessità di riconquistare Granada, riuscendo sempre a convincere Ferdinando il quale, invece, sembrava mal tollerava l’enorme sforzo che la Spagna stava impiegando in questa impresa. Isabella quindi, non potendo andare personalmente in prima linea (ma potendosi recare nelle retrovie), si spese nella coordinazione della campagna militare, come anche nella ricerca degli enormi fondi necessari a continuare la guerra, migliorando anche la vita dei propri soldati. Ma Isabella è alla base in particolare della fondamentale conquista nel 1489 della fortezza di Baza, città assediata da Ferdinando ma senza alcuna speranza di vittoria: con grande meraviglia dei presenti e del cronista Pulgar che assistette al fatto, la città capitolò solamente dopo l’arrivo della Regina all’accampamento il 5 novembre che portò ordine e nuovo vigore tra le truppe: la città si arrese pochi giorni dopo e venne presa ufficialmente il 4 dicembre (seguendo l’esempio di Baza tutte le altre città delle Alpujarras, cominciando da Guadix e Almería, si arresero alle armate cristiane).

[6] Sacri apostolatus ministerio, AGS,PTR,LEG,27,DOC.21,1 cui fece seguito, il 10 agosto 1482, la bolla Ortodoxae fideli (AGS,PTR,LEG,19,DOC.9)

[7] Trovare l’Oriente passando per l’Occidente.

[8] Si tratta della famosa Junta de Salamanca. Spesso si dice (e si legge) che la Junta diede esito negativo a Colombo perché quest’ultimo riteneva la Terra tonda mentre i letterati di Salamanca la ritenevano ancora piatta: si tratta ovviamente di una bufala frutto della Leggenda Nera in quanto da secoli si sapeva che la Terra avesse una forma sferica. A riprova di questa nostra affermazione, basta fare una ricerca tra le monete e le rappresentazioni degli Imperatori che tengono sempre nelle mani un globo, rappresentante la Terra: ma se si riteneva la Terra piatta, che senso aveva rappresentare l’Imperatore con in mano una sfera?

[9] Capitulaciones de Santa Fe, 17 aprile 1492. Studio diplomatico e archivistico (con tutte le segnature dei singoli documenti): A. Rumeu de Armas, Nueva luz sobre las Capitulaciones de Santa Fe de 1492 concertadas entre los Reyes Católicos y Cristobal Colón. Estudio institucional y diplomático, CSIC, Madrid 1985.

[10] Carta comendaticia a favor de Cristóbal Colón, Granada 17 aprile 1492, ACA, CANCILLERÍA, REGISTROS, NÚM.3569,f. 136r. La lettera venne copiata in triplice copia senza l’indicazione del destinatario.

[11] «Mittimus in presenciarum nobilem virum christoforum colon cum tribus carauelis armatis per maria oceana ad partes Indie pro aliquibus causis et negociis seruicium dei ac fidei ortodoxe augmentum nec non benefficium et utilitatem nostram concernentibus»: Ibidem.

[12] Affermare una cosa del genere significherebbe creare e contrapporre una Leggenda Rosa affianco ad una Leggenda Nera, cosa che non vogliamo minimamente fare. In scienza e coscienza, invece, dobbiamo leggere i documenti per quello che sono.

[13] «Por quanto al tiempo que nos fueron conçedidas por la sancta se apostolica las yslas et tierra firme del mar oçeano descubiertas et por descubrir nuestra prinçipal yntençion fue al tienpo que lo suplicamos al papa alexandro sexto de buena memoria que nos hiso la dicha conçession de procurar de ynduzir et traer los pueblos dellas et les conuertir a nuestra sancta fe catholica et enbiar a las dichas islas et tierra firme prelados et religiosos et clerigos et otras personas doctas et temerosas de dios para ynstruir los vesinos et moradores dellas en la fe catholica et les ensennar et doctrinar buenas costunbres et poner en ello la diligençia deuida segund mas largamente en las letras de la dicha conçession se contiene»: Isabella la Cattolica, Codicilo, BN (Madrid), MSS.MICRO/453, f. 2r (clausola 11, righe 20-28).
[14] Per una panoramica generale sull’argomento, cfr.: Cfr. Melquiades Andrés Martín, Desde el ideal de la conquista de Jerusalén al de la cristianización de América, in Mar Oceana Revista del Humanismo Español e Iberoamericano, Nº. 9, 2001, Asociación “Francisco López de Gómara” Centro Universitario “Francisco de Vitoria”, pp. 125-138.