mercoledì 12 marzo 2014

«Se il missionario vive di fede,
allora è grande»
Beato Paolo Manna, 1926

A richiesta di molti giovani pubblichiamo qui il testo della conferenza pronunciata da P.Ernesto Caparros, IVE durante il III Incontro del gruppo Voci del Verbo a Segni, che raccoglie un insieme di esortazioni dal Beato Paolo Manna[2]  rivolte ai missionari. Un testo con molta forza che orienta l'azione apostolica che ogni giovane deve svolgere nel proprio contesto. 


Eil tempo in cui ordinariamente usate raccogliervi per i SS. Spirituali Esercizi e Dio sa quanto desidererei trovarmi assieme a voi per edificarmi dei vostri buoni esempi, per esortarci vicendevolmente a proseguire coraggiosi e fiduciosi nell'arduo lavoro che il Signore ci ha confidato di espandere il suo santo Regno nel mondo delle anime (definizione di apostolato). Purtroppo i doveri del mio ufficio ed importanti affari di alcune missioni, che richiedono la mia presenza qui, non mi permettono di iniziare quest'anno quella visita che vi feci ultimamente sperare; la sollecitudine però che sempre sento per le anime vostre mi spinge, benché lontano, a rivolgervi una parola di esortazione, che voi vorrete accogliere non come da un vostro maestro, ma come la parola affettuosa di un padre che ardentemente vi ama, e che sente di esservi debitore di tutte le sue cure.


A. Se i missionari saranno santi

Beato Paolo Manna
Noi missionari spesso ci domandiamo perché l'opera della conversione del mondo infedele vada così a rilento. Si sogliono addurre varie ragioni per spiegare questo doloroso fatto, ed invero il problema si può considerarlo da molteplici lati, alcuni dei quali non riguardano la nostra responsabilità. Per la parte per che ci riguarda, ed è la principale, il problema è della più limpida soluzione. Per salvare il mondo, Iddio nella sua infinita sapienza ha voluto avere dei cooperatori. Iddio fa bene la sua parte: la fanno altrettanto bene gli uomini chiamati a coadiuvarlo?

Facciamo che tutta la Chiesa, tutto il popolo cristiano, diretto dai suoi vescovi e dal suo clero senta davvero il dovere apostolico che gli incombe di promuovere con ogni mezzo la propagazione della fede: facciamo che i missionari, strumenti più diretti nella conversione delle anime, siano santi, e gli infedeli non tarderanno a convertirsi.

Il problema delle missioni è stato ed è tuttora quasi ignorato dal popolo cristiano: quelli che se ne interessarono in passato furono sempre una minoranza, ed è estremamente doloroso vedere anche oggi, che qualche passo avanti pur si è fatto, come l'immane questione sia ben lungi dall'essere compresa ed affrontata in pieno dal clero e dal popolo. Eestremamente doloroso, perché i popoli cattolici avrebbero energie più che sufficienti per promuovere più degnamente l'opera dell'evangelizzazione degli infedeli, se dai sacerdoti fossero istruiti, organizzati e soprattutto infiammati da un più grande spirito di fede e di zelo. Il S. Padre, la S. Congregazione di Propaganda se ne occupano assai, ma sono come generali con pochi soldati. La divina missione affidata da N. Signore alla Chiesa di predicare il Vangelo ai popoli della terra è tutta un'opera di cooperazione; dove questa è scarsa, lento necessariamente sarà pure il movimento delle conversioni.
Ma non è di questo che voglio parlarvi, perché l'argomento interessa più specialmente il clero dei paesi cristiani.

B. Siate Missionari santi

A voi, missionari in servizio attivo sul campo, interessa specialmente la vostra parte di cooperazione, ed è perciò che a voi dico: siate missionari santi camminando sulle orme di quei grandi che vi hanno preceduto, e, per la parte che vi riguarda, il vostro dovere apostolico sarà pienamente compiuto: le anime che il Signore nei suoi misericordiosi disegni ha assegnato a ciascuno di voi perché le conduciate a salute, saranno salve, e, nell'ultimo dei vostri giorni potrete dire con il Divin Redentore: «Coloro che mi hai dato li ho custoditi, nessuno di loro è andato perduto» (Gv 17,12).

Ho detto: siate santi, camminando sulle orme di quei grandi che vi hanno preceduto sul campo del vostro apostolato. Sì, abbiamo davanti a noi dei grandi esempi e desidero che ne facciamo tesoro.
Il nostro Istituto, benché relativamente giovane, può vantare un deposito di apostoliche tradizioni, di metodi di apostolato così nobili, cosi vivificato dal più alto spirito di sacrificio, di abnegazione, di zelo, da non aver noi nulla da invidiare ai più grandi Istituti missionari.

Questo sacro deposito è la nostra vera ricchezza, il nostro vanto: su di esso io fondo la mia speranza delle divine benedizioni, che accompagneranno sempre il nostro Istituto, essendo questo che fa ben vista ed apprezzata dalla Chiesa la nostra famiglia missionaria.

Dal P. Mazzucconi[2] (“vi verrà in mente che non abbiamo potuto far nulla per la missione, ma io vi potrei dire che abbiamo fatto molto, perché abbiamo patito) allultimo nostro missionario defunto per non parlare che dei morti - quale corona di eroismi e di ignorati martiri, quali e quante fatiche, quali sudori e quante vite sacrificate anzi tempo per gettare i fondamenti di quelle Chiese, che voi fra tanti stenti e privazioni continuate ad edificare! Quale è stato il segreto, quale l'anima di tanto zelo, di tanta dedizione, di tanta perseveranza, di un eroismo che troppe volte è giunto fino al sacrificio della vita?
Ecco, amati confratelli, ecco quello che vogliamo indagare per esortarci a seguire quelle orme, e, per quello che dipende da noi, cooperare con ogni nostro potere alla conversione degli infedeli, procurando la salvezza del maggior numero possibile di anime nelle missioni che la S. Chiesa ci ha affidate.

I nostri missionari, anche dal punto di vista umano, sono stati uomini superiori: fra essi alcuni sono stati eminenti per dottrina e conoscenza delle lingue, altri per la loro particolare avvedutezza e tatto nell'assimilarsi e nel trattare con i vari popoli da essi evangelizzati; molti furono veri strateghi dell'apostolato nell'occupare sempre nuove posizioni: tutti furono coraggiosi e rotti ad ogni fatica, pronti ad ogni ardimento.

Ma né ingegno, né prudenza, né coraggio li hanno fatti grandi agli occhi nostri e a quelli di Dio: sono stati grandi, hanno salvato molte anime, hanno fondato Chiese, principalmente perché sono stati uomini santi, uomini cioè di vita interiore: questo è stato il segreto, l'anima del loro zelo, della loro perseveranza e dei loro successi; questo è il solenne insegnamento che ci hanno tramandato e che io amo ricordarvi, perché sempre i nostri missionari di oggi e quelli di domani fondino su di esso la ragione prima ed essenziale della santificazione loro e delle anime che sono e saranno loro affidate.

Il fervore della vita di un missionario, la sua attività regolare, sapiente, industriosa, instancabile, la gioia inalterabile della sua vita e la sua perseveranza nel lavoro, pure in mezzo a privazioni, traversie e difficoltà, sono sempre il risultato di una vita di fede.

Se la fede si offusca, anche lo zelo diminuisce di intensità; si affacciano allora, anche ai più forti, la stanchezza e lo scoraggiamento e si può arrivare sino alla completa sfiducia ed alla perdita della vocazione.

Se il missionario vive di fede, allora è grande, è sublime, è divino: la Chiesa e le anime si possono tutto attendere da lui: nessuna fatica, nessuna difficoltà lo spaventano, nessun eroismo è superiore alle sue forze; se lo spirito di fede in lui è languido e fiacco, egli si muoverà, lavorerà pure, ma a poco o nulla approderanno le sue fatiche, ed il poco successo delle sue opere, fatte senza spirito, accrescerà in lui la sfiducia e l'avvilimento.

C. Il missionario è l'uomo della fede

Il missionario è per eccellenza l'uomo della fede: nasce dalla fede, vive della fede, per questa volentieri lavora, patisce e muore. Il missionario che non è questo, è tutt'al più un dilettante dell'apostolato, sarà presto un ingombro per la Missione, un fallimento per se stesso, quando, Dio non voglia, non sarà anche causa di rovina per le anime. Senza la fede il missionario non si spiega, non esiste; e, se esiste, non è il vero missionario di G. Cristo.

E missionario che vuol vivere e mantenersi all'altezza della sua vocazione deve nutrire costantemente questo spirito di fede, illuminandosi ed infervorandosi con la meditazione delle grandi verità della nostra S. Religione: deve attingere da Dio, del Quale è strumento, con continua preghiera, la grazia di cui abbisogna per i suoi ministeri, e senza la quale egli nulla può in ordine all'eterna salute dell'anima sua e di quelle che egli è andato ad evangelizzare.

Meditazione dunque e preghiera, ecco la forza del missionario, le uniche vere sorgenti e ragioni del suo zelo, della sua perseveranza, del suo successo.

Un missionario che trova noiosa mezz'ora di meditazione, che dice distrattamente il suo ufficio e strapazza la S. Messa, che ha poca familiarità con il SS. Sacramento e con la SS. Vergine... che, con il pretesto delle opere e del lavoro che l'occupano, fa poco conto della meditazione e delle altre pratiche di pietà, tale missionario è un povero illuso: il suo lavoro è vano e senza vera consistenza, ed i progetti, dei quali può anche avere piena la bocca, sono null'altro che pure e semplici chiacchiere, spesso espressione di un animo vano e leggero.

D. Salvare le anime come le ha salvate Gesù Cristo

La grande, sublime missione dell'uomo apostolico è quella di salvare le anime, e di salvarle come le ha salvate Gesù Cristo. Perché possa degnamente assolvere questo compito divino il missionario deve aver sempre presenti i grandi motivi che gli impongono come una legge, come una necessità il dovere dell'apostolato, lo zelo per la salute delle anime.

Egli perciò mediterà sovente sull'amore di Dio per le anime, sul loro pregio ed eccellenza, sul pericolo in cui la maggior parte di esse si trovano di andare eternamente perdute, sulla
nobiltà della vocazione apostolica più di ogni altra ricca di meriti, e sul premio inenarrabile riservato ai veri apostoli del Vangelo.

La creazione di questo nostro mirabile mondo, il mistero ineffabile della divina Redenzione, la santificazione delle anime che ha richiesto tanti miracoli della divina onnipotenza: la SS. Eucaristia, la SS. Vergine, la Chiesa, tutto ci dice quanto Iddio abbia amato ed ami le anime. Non c'è un solo oggetto di meditazione che non possa essere rivolto a dirci, a persuaderci dell'amore immenso, incommensurabile di Dio per le anime.

Ordine naturale e soprannaturale, creazione e Redenzione con tutti i loro misteri, tutto quello che Dio ha fatto, fa e farà, tutto è alla fine ordinato alla salvezza delle anime, tutto è effetto del grande amore di Dio per le anime.
Queste cose deve quotidianamente meditare il missionario: allora il suo zelo sarà fondato su granitica base: sa egli allora perché si muove, perché s'affatica, e come deve trattare le anime.


Il missionario deve presentarsi ai popoli infedeli come alter Christus. E missionario di fatto non è niente se non impersona Gesù Cristo. Quando nel missionario appare l'uomo, allora egli è inefficace.

E. Il missionario è un altro Cristo

Eperché in tanti missionari della Chiesa Cattolica non è ritratto perfettamente Gesù Cristo, che gli infedeli non si convertono. Come volete che si converta il povero infedele, se nel missionario cattolico non vede che l'europeo, o tutto al più un ministro della religione dei dominatori, non dissimile, almeno esternamente, dall'infinita varietà dei ministri protestanti? Come volete che le anime degli infedeli si pieghino davanti al missionario altero, sprezzante, interessato, amante del bere e delle allegre brigate?

Amati confratelli, si dice che i missionari sono pochi; ma quanti più pochi sono i veri missionari, i missionari che ritraggono in tutta la loro vita la figura divina di Cristo! Ma come ritrarranno, come imiteranno Gesù Cristo se non lo faranno oggetto della loro continua meditazione?

E restringendo l'esame a noi soli, come, ditemi, copieremo questo divino Modello, come ne ritrarremo le divine fattezze nelle anime nostre senza fissarlo continuamente, senza studiarne ed analizzarne la vita dalla culla alla croce, all'altare? Eper questo che il S. Vangelo dovrebbe essere la nostra lettura giornaliera, il nostro abituale libro di meditazione, libro che mai si esaurisce perché mai si finisce di studiarlo, di comprenderlo e di realizzarlo nella nostra vita.

Solo il missionario che copia fedelmente Gesù in se stesso, e può dire ai popoli con l'apostolo S. Paolo: «fatevi miei imitatore, come io lo sono di Cristo» (1Cor 4,16), solo lui può riprodurne l'immagine nelle anime degli altri.

Chi non fa così, invano s'affatica ed invano si lamenta se le sue fatiche non sono corrisposte.

Il missionario deve nutrire un tenero amore, deve avere una vera passione per le anime. Ma come l'avrà questo amore se non è uomo di orazione? Edalla meditazione di quello che Gesù benedetto ha fatto per la salvezza delle anime che spuntò la nostra vocazione. Il Crocifisso ci fece missionari, ed è il Crocifisso ancora che deve nutrire in noi l'amore per le anime.

Prendiamo quindi spesso a soggetto delle nostre meditazioni i misteri della passione e morte di nostro Signore, e facciamoci di questo una regola specialmente nel tempo sacro della Quaresima. Questi misteri sono la vera sorgente dello zelo apostolico: pensando ai patimenti di Gesù, pensando alla Croce, alle umiliazioni del Calvario s'impara ad amare le anime e ad abbracciare ogni sacrificio per procurarne la salute.

Ogni zelo che non zampilla dal mistero della Croce è effimero, perché solo l'esempio di quanto Gesù Cristo ha sofferto per le anime può efficacemente spronarci ad abbracciare i sacrifici
inerenti ad ogni opera di vero zelo. Innamorati di Gesù Crocifisso, saremo indubbiamente grandi salvatori di anime.

Gli autori del prezioso libretto Monita ad Missionarios si domandano come mai missionari, che pure avevano fatto i tre voti di povertà, castità e obbedienza, poterono nelle missioni cadere vittime dell'avarizia, della mollezza e della vanità, e non sanno trovare altra ragione, «se non che si era affievolito molto in quelle regioni (dell'India) lo spirito di orazione. Ricordato il precetto di Cristo: Vigilate e pregate per non cadere nella tentazione, dicono che, se tale fu l'ordine di N. Signore agli Apostoli, quanta ragione abbiamo noi di dire che il missionario apostolico deve nutrirsi ogni giorno del pane dell'orazione! Se egli trascura di nutrirsene, necessariamente verrà meno lungo la via della virtù»*. Gravi parole, scritte centinaia di anni addietro, ma troppo vere anche oggi!

F. Esortazioni ai missionari

E questi santi autori vogliono che il missionario consacri ogni giorno non meno di due ore all'esercizio dell'orazione. Io non dico due ore, ma, amati confratelli, credetelo, un'ora di meditazione, anche divisa in due tempi, come si praticava negli anni di seminario, non è davvero troppo!
Poiché può avvenire che doveri di ministero ci impediscano talvolta di fare la nostra meditazione mattutina, all'ora fissataci dal nostro orario, badiamo di non tralasciarla per questo.
Al missionario fervoroso e di buona volontà non mancherà mai modo di trovare nella giornata un'ora per segregarsi ed attendere alla sua orazione. Che se anche ciò non fosse possibile, v'è sempre la sera per poter raccogliersi e pregare, come usavano fare, sull'esempio di N. Signore, tutti i santi uomini apostolici.

Missionari, uomini cioè anche naturalmente forti e decisi, non facciamo le cose a metà. Facendoci missionari abbiamo inteso darci tutti interi a Gesù Cristo. Se non Gli saremo uniti con una grande totale dedizione, che non può aversi da chi non prega, Egli sarà costretto dalla nostra poca generosità a starsene lontano da noi; verremo così a privarci di un grande cumulo di grazie, e indubbiamente cadremo nella nostra miseria.

Siamo uniti a Dio mediante una vita di meditazione e diventeremo strumenti mirabili delle sue misericordie. Non ci illudiamo lo zelo apostolico, senza del quale nulla siamo come missionari, non divampa che da un cuore acceso d'amore di Dio. Quando il nostro cuore sarà unito a Dio nell'intimità della meditazione e della preghiera, allora «arde il fuoco»* e il nostro amore ci suggerirà quello zelo ingegnoso, pratico, perseverante, infaticabile che contraddistingue il vero apostolo di Gesù Cristo.

Amatissimi confratelli, amiamo la nostra meditazione. Essa sola ha il segreto di far gioconda e felice la nostra vita di Missionari, perché ci trasforma, ci trasfigura, ci divinizza. Se vi saremo fedeli, se non le lesineremo il tempo, il Signore ci ripagherà con grande generosità, e noi vi resteremo così affezionati da meravigliarci come avremo potuto talvolta trascurarla.
Uscendo dalla meditazione, in cui ci siamo illuminati agli eterni splendori di Dio e delle nostre eterne verità, noi vedremo meglio Gesù in noi, vedremo Gesù nelle anime, vedremo Gesù in tutto e non avremo altra brama che di piacergli e procurarne la gioia con ogni nostro potere.

Fedeli alla nostra meditazione, ci sarà facile rimanere fedeli a tutte le altre nostre pratiche di pietà, ci sarà facile vivere in quello spirito di continua orazione, che è l'atmosfera nella quale sa muoversi e lavorare il fedele missionario di Gesù Cristo.

G. Necessità della preghiera

«Enecessario pregare sempre» (Lc 18,1) è una raccomandazione per tutti: per noi è una legge, una necessità, una condizione indispensabile per riuscire nella nostra divina missione intrapresa e per vincere tutte le difficoltà che vi si oppongono.

Quante difficoltà sul sentiero di un uomo apostolico! Io penso spesso a voi, amati confratelli, e mentre vi ammiro per le belle e grandi opere che compite, e vi venero per gli enormi sacrifici che con gioia ogni giorno abbracciate per amore di Gesù, per amore delle anime, per voi pure tante volte sono preoccupato, specialmente quando attraverso la vostra corrispondenza intravedo segni, sia pur lievi, di sfiducia e di tristezza.

Ad onore dei nostri missionari debbo dire che mai nessuno si è lamentato dei disagi, delle privazioni, delle fatiche delle quali è intessuta la vita di missione; troppo nobile è il vostro cuore per dare peso e rilievo a queste cose; ma ci sono difficoltà ed angosce morali che conobbero anche i santi Apostoli, e S. Paolo ce ne fa spesso cenno nelle sue Lettere: pene ed angosce che anche voi provate, le quali sono capaci di abbattere gli animi più forti e generosi, se non sono sostenuti da una potente grazia di Dio.

La poca corrispondenza, le defezioni, l'ingratitudine dei convertiti; la solitudine e l'abbandono; i malintesi che possono aver luogo tra i confratelli e con i superiori e il sentirsi mal compresi ed apprezzati; la pochezza dei mezzi che non permettono di fare tutto quello che si vorrebbe e le male arti dei pagani e protestanti che ostacolano il progresso delle nostre opere; senza dire degli assalti delle tentazioni e delle lotte con lo spirito maligno che attenta alle nostre anime, sono tutte difficoltà capaci di produrre in noi tristezza e sfiducia.




Chi potrà sostenervi in tali frangenti? Dio, solo Dio, se pregato con spirito di umiltà e di filiale, fiducioso abbandono. Oh, sì! Tutti hanno bisogno di pregare, ma quanto maggior bisogno ha il missionario di pregare e di pregare sempre, egli che va a portar guerra al demonio nei suoi stessi dominii, ed ha contro di sé tutto un mondo di nequizie, che ama tanto di rimanere nelle sue tenebre!

Quando in mezzo all'una o all'altra delle vostre difficoltà voi vi gettate ai piedi di un Crocifisso o del Tabernacolo, e dite a Gesù che è per Lui che combattete, è per i suoi interessi che soffrite, che è la causa sua che è in pericolo; quando invece di indispettirvi contro i vostri nemici, per essi implorate misericordia e perdono, oh! allora, siatene certi, non sentirete più ombra di avvilimento e di tristezza, ma uscirete dalla vostra fervida orazione come da un bagno salutare, freschi e rasserenati e sempre o vincitori, o più forti per continuare il vostro combattimento.

Un'ora di orazione scioglie più difficoltà che molte discussioni; una fervida preghiera, illuminando lo spirito alla luce eterna di Dio, confortando il cuore al calore vivificatone del Cuore di Gesù, snebbia il nostro amor proprio, ci infonde umiltà e generosità, e molte difficoltà, che prima ci sembravano gravi ed insormontabili, ci appaiono come cose trascurabili.

Amati confratelli, bisogna pregare e pregare sempre. Il missionario ha più del prete in patria non solo la necessità, ma anche la possibilità di pregare.
La vita di missione trascorsa il più delle volte fra le vaste solitudini, fra le foreste e i monti silenziosi, fra genti semplici e povere ha non pochi punti di contatto con la vita degli eremi e molto favorisce lo spirito di contemplazione e di raccoglimento.

Quando il missionario ha compiuto i suoi giri di missione e si ritira nel capoluogo del suo distretto, di quanta pace, di quanto silenzio e tranquillità egli gode! Quanto a lungo può trattenersi egli allora con il suo Signore che è là nel Tabernacolo della sua chiesetta, che è là principalmente per Lui! Se il missionario è uomo di fede, quante grazie può allora ottenere per sé e per le anime che gli sono affidate, quante grazie può immagazzinare per condurre felicemente a porto i suoi progetti, per far prosperare le sue apostoliche imprese!

E pure in questi tempi di respiro che il buon missionario fa il suo giorno di ritiro mensile, per rinnovarsi nello spirito e pigliar nuova lena per proseguire con sempre maggior fervore e più saldi propositi nella santa sua vocazione di salvatore delle anime.

Solitario nella solitudine, il missionario deve però esser pronto ad abbandonarla sempre che il suo dovere, il bene delle anime, lo richiede, memore che la vera santità non sta nel dolce godimento di uno spirituale riposo, ma nel perfetto adempimento della volontà di Dio, che per lui è il disimpegno fedele dei suoi doveri di uomo apostolico, che in nulla si risparmia per procurare la gloria di Dio nella salvezza delle anime.

Ma il missionario santo, se interrompe la sua solitudine materiale, non interrompe già le sue comunicazioni con Dio. Se non può portare con sé Gesù Sacramentato, porta con sé il suo raccoglimento e la sua interiore solitudine: sa che egli è tempio dello Spirito Santo, che Gesù, ogni mattina, scendendo dal cielo in lui, fa la sua abitazione nel suo cuore. Anche nei più laboriosi ministeri, egli, come gli angeli nei loro uffici, non distoglie il suo spirito da Dio, e prega anche viaggiando, anche in mezzo al più intenso lavoro.

Come è facile, come è deliziosa la preghiera che può fare il missionario nei suoi lunghi e frequenti viaggi! Tante volte la natura, con i mirabili spettacoli che offre continuamente ai suoi sguardi, l'inviterà alla contemplazione della bellezza e grandezza di Dio; altre volte la vista dei paesi pagani che attraversa gli strapperà dal cuore vive suppliche per la loro conversione; sempre egli può sgranare il suo Rosario e spargere lungo il cammino piccoli semi di preghiera che non cadranno certamente invano.

Prima la preghiera, poi la predicazione

Quanto si sbagliano e di quali e quanti spirituali soccorsi si privano quei missionari che trascurano l'orazione e gli ordinari esercizi di pietà, sotto pretesto che non hanno tempo di pregare per la molteplicità dei loro ministeri, quasi che si possano trattare gli interessi di Dio dimenticando Iddio, e trascurando l'anima propria!

Miei cari confratelli, non vi sia uno solo tra voi che cada in questo abbaglio funesto. Non avete certo da faticare più dei SS. Apostoli; ebbene, lo sapete, essi non accorciarono mai le loro preghiere: preferirono anzi sbarazzarsi di alcune incombenze pur sante, per applicarsi prima alla preghiera poi alla predicazione. «Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola»(At 6,4).

E poi, siamo sinceri: è proprio puro amore di Dio, vero zelo per le anime quello che rende taluno abitualmente trascurato nelle sue pratiche di pietà? Egli trova pur tempo per effondersi in tante attività di puro ordine esteriore e di assai dubbia utilità per un serio lavoro apostolico... egli ha pur tempo per quelle visite inutili, per quelle letture vane, per quelle

partite di gioco e di caccia, per quelle lunghe ricreazioni e conversazioni protratte fino a tarda ora... E staremo a lesinare il tempo proprio con N. Signore?

Non dimenticatelo, amati confratelli, oportet semper orare, e quando non si prega non si è più contenti di essere in Missione, se questa è difficile ed ardua; o, se offre comodità, vi ci si rimane perché in Italia si starebbe peggio; ma di bene non se ne fa più: si è di cattivo esempio ai missionari giovani, di fastidio ai superiori, di nessuna edificazione ai neofiti.

Ho detto che si è di cattivo esempio ai missionari giovani. Il punto è di sommo rilievo e voglio dirne una parola.

H. Consigli ai giovani missionari

Talvolta ci si lamenta che giovani missionari non danno quel rendimento che da essi si sarebbe potuto aspettare, non prendono l'avviamento e la forma di santi ed esemplari operai del Vangelo.
Si attribuisce il fatto assai doloroso a scarsa vocazione, o alla incompleta formazione che questi giovani avrebbero avuto nei seminari da cui sono usciti. E può anche essere; ma potrebbe anche verificarsi l'ipotesi che questi giovani, entrati in missione e trovatisi sciolti dai legami della disciplina del seminario, non abbiano trovato in quell'ambiente la disciplina ben persuasiva e trascinante del buon esempio dei missionari più vecchi con i quali furono destinati a lavorare.

E grave errore pensare che il missionario, mandato in missione quando ha appena terminato i suoi ordinari corsi di seminario, abbia con questo terminato la sua completa preparazione. C'è un'altra preparazione, che non si può dare in Italia: c'è la preparazione immediata che il missionario deve ricevere e se la deve fare nell'ambiente in cui è destinato a lavorare. Questa in certo modo è la più importante preparazione, quella che resta per la vita.



Il missionario giovane farà in tutto quello che vedrà fare: anche se scarsa fosse stata la preparazione ricevuta in Italia, l'esempio vivente dei missionari provetti che trova sul campo avrà una forza decisiva per educarlo a quelle virtù, quel metodo di vita che dovranno accompagnarlo in tutti i suoi giorni.

Edella massima importanza che il novello missionario tenga sempre vivo ed acceso l'iniziale fervore con il quale generalmente egli parte dalla patria ed affronta il mondo per lui nuovo della missione. Qui egli deve per convinzione dedicarsi a quelle pratiche di pietà che in seminario faceva aiutato dall'orario. Quanto gioverà al missionario per questo il buon esempio dei suoi confratelli! Quanto deleterio gli tornerà invece un esempio di trascuratezza in materia così importante! I miei confratelli intendono, meglio che io sappia esprimermi, tutto quello che voglio dire.

L'esempio è una grande cosa dappertutto: ma ha una importanza massima per noi missionari, perché missionario vuol dire tutto quello che vi è di più alto, di più perfetto ed eroico nella sequela di N. Signore; tutto quello perciò che urta con questa concezione fa male e ferisce lo spirito.

Sono ormai vent'anni che sono in Italia e posso vantare una qualche esperienza su questo punto. Passano per il seminario missionari reduci «ferventi nello spirito»( Rm 12,11), e sono d'immensa edificazione:i giovani vedono ed imparano e si sentono sempre più fortificati nella loro vocazione. La vista di questi uomini ha più efficacia che tante esortazioni dei superiori.

Passa alcun altro trasandato nella pietà, che dice la S. Messa a vapore, che non si fa vedere alle pratiche comuni? Epure osservato e l'effetto è disastroso. Non sarà così pure in Missione? Ma chiudo la parentesi.

I. La nostra patria è nei cieli

Per raggiungere le anime, per conquistarle non servono i mezzi umani. Siamo sulla terra fra gli uomini, ma trattiamo interessi del tutto celesti e divini, lavoriamo in un mondo soprannaturale. Per muoverci con successo in questa sfera dobbiamo essere in continua comunicazione con Dio, dobbiamo essere uomini «la cui patria è nei cieli» (Fil 3,20). Solo così le nostre parole e le nostre fatiche avranno efficacia, ed arriveranno fino alle anime, fino al cuore di Dio.

Vi sono dei missionari che pure lavorano, fondano e promuovono opere, predicano e si affaticano in tanti modi, ma raccolgono pochi frutti e troppo poche anime convertono. Il fatto è che non pregano abbastanza, ed il loro è un lavoro in gran parte meccanico, poco o niente vivificato dalla grazia, che è indispensabile per guadagnare le anime.

C'indispettiamo talvolta di non riuscire a grandi cose, di ottenere pochi risultati dalle nostre fatiche; ci lamentiamo della durezza di cuore dei neofiti e dei pagani, che non rispondono alle nostre cure; ma noi, che siamo ben convinti d'aver molto lavorato, c'interroghiamo se abbiamo pure altrettanto pregato?

Siate uomini di vita interiore, uomini di preghiera e, se anche foste scarsi di doni naturali, la grazia di Dio supplirà abbondantemente a quello che vi manca.

Quante volte missionari di pochi numeri, ma santi, hanno ottenuto grandi frutti di bene in missioni, dove altri più intelligente e bravi hanno lavorato invano!

Vale saper predicare, ma vale molto di più saper pregare. Il missionario che possiede bene la lingua e sa predicare, ma che prega poco, esporrà ottimamente le verità della nostra S. Religione, ma lascerà fredde le anime: il missionario che ha molta intimità con Dio nella preghiera, anche se non è felice nell'esposizione, avrà sempre il dono di trasfondere lo spirito di Gesù Cristo nelle anime, che è poi quello che la predicazione deve anzitutto ottenere. Il primo insegnerà Gesù Cristo, l'altro lo farà vedere. Voi intendete la differenza! «Se colui che insegna non è uomo di vita interiore, la sua lingua dirà cose vuote» (S. Gregorio) «Nisi intus sit qui doceat, lingua doctoris in vacuum laborat».

J. Né sfiducia, né pessimismo

Talvolta la sfiducia, il pessimismo possono insidiare un missionario nel bel mezzo della sua apostolica carriera. Ebbene, anche qui non c'è altro rimedio che la preghiera, la quale mettendoci al nostro posto di supplicanti, ci fa vedere la nostra miseria, e ci fa anche vedere da qual parte dobbiamo attenderci il conforto ed il frutto delle nostre fatiche.

Non s'incontrano missionari, che sono uomini di preghiera, i quali siano pessimisti sul lavoro delle missioni. E quando in missione o fuori si sente dire da qualche missionario, che, dopo tutto, i risultati che si ottengono nel lavoro apostolico fra gli infedeli non corrispondono agli sforzi che si fanno per ottenerli, è certo che chi così parla non è uomo di preghiera.

Dobbiamo ritenere come di fede che, come ogni preghiera è esaudita infallibilmente in proporzione della sua perfezione morale, così ogni fatica fatta per Dio ad ottenere la conversione delle anime è efficace nella proporzione con cui è vivificata dalla preghiera. Il risultato delle nostre fatiche lo vedremo o non lo vedremo quaggiù, ma esso c'è, e Dio ne tien conto. La fedeltà, l'onnipotenza, la bontà di Dio ci sono garanti di questo, perché, uniti a Dio per mezzo della preghiera, non siamo più noi che lavoriamo, ma è Lui che lavora in noi e per nostro mezzo, e Dio non lavora mai invano.

Il missionario non deve mai essere sfiduciato: è un'offesa che egli fa a quel Dio onnipotente che lo ha chiamato e per il Quale egli lavora. Il vero missionario è sempre ottimista, è sempre fervido di entusiasmo, di quell'entusiasmo che un giorno gli fece lasciar tutto e lo mise alla sequela di N. Signore nelle vie dell’apostolato.

Riandate, cari confratelli, dal principio tutta la storia della vostra santa vocazione. Quali e quante difficoltà aveste a superare, quanti distacchi, quanti sacrifici e dolori e lacrime! Avevate davanti un grande miraggio di eroismi e vi spingeva la brama di dare a Gesù la prova di un più grande amore.
E oggi, dopo che sono trascorsi tanti anni dai fervori della vostra prima Messa, della indimenticabile funzione di partenza, si mantiene sempre in voi vivo lo stesso entusiasmo, la stessa brama di lavorare per Gesù, di guadagnargli anime in gran numero, di soffrire tanto per Lui, che per voi stimò poco dare tutto il suo sangue e la vita? Se tale è tuttora la disposizione del vostro animo, godete e ringraziatene Iddio, perché ne avete ben ragione; ma se taluno si sentisse sfiduciato e scoraggiato, se gli sembrasse di essere illuso, se si sentisse freddo e senza entusiasmo, si esamini, per favore, quale è stata nei suoi anni di missione la sua vita di preghiera. Si esamini spassionatamente, severamente, e forse troverà la chiave dell'enigma, la ragione del suo raffreddamento, come chiaro gli apparirà pure il rimedio per uscirne.

K. Il culto dell’Eucaristia

Terminando questa breve esortazione, non posso non dire una parola in particolare su un altro importantissimo elemento di vita interiore, sulla devozione alla divina Eucaristia che vorrei fervidissima in tutti i nostri missionari.

Gesù per noi è tutto, e Gesù è nella S. Eucaristia. E allora che cosa ci può mancare? Se manchiamo di qualche cosa, non è perché ci teniamo lontani da Lui, che è la sorgente di tutte le grazie? Da queste semplici parole tirate voi le conseguenze.

Della S. Messa fate il vostro paradiso: il S. Tabernacolo sia la calamita che vi attiri irresistibilmente. Davanti al S. Tabernacolo passerete le più belle ore della vostra esistenza e le più utili per il vostro apostolato: attorno ad esso attirate i vostri neofiti e li farete infallibilmente migliori.

In tutte le case che ha l'Istituto in Italia ogni sera si apre il S. Tabernacolo e si dà la Benedizione eucaristica. Annetto la massima importanza a questa pratica, perché, se Gesù ci benedice, non avremo nulla da temere per noi e per le nostre opere. Questa benedizione la imploriamo non solo per noi, ma per voi tutti che, sparsi per il mondo fra gravi pericoli e fatiche, avete tanto bisogno di grazie e di conforto.

«Guardate a Lui e sarete raggianti» (Sal 33,6): stringiamoci attorno al Cuore Eucaristico di Gesù ed a questa immensa fornace di amore i nostri cuori si santificheranno e si accenderanno di tanto ardore di zelo da attirare dietro a noi anime senza numero. Così avremo raggiunto il fine della nostra vita che è la nostra santificazione, ed il fine della nostra divina vocazione che è la salvezza delle anime che ci sono affidate. 




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[1] Il Beato Padre Paolo Manna nacque ad Avellino il 16 gennaio 1872. Dopo gli studi elementari e tecnici ad Avellino e a Napoli proseguì i suoi studi a Roma. Mentre frequentava l'Università Gregoriana per la Filosofia, seguendo la chiamata del Signore, nel settembre 1891 entrò nel Seminario dell'Istituto Missioni Estere a Milano per i corsi teologici. Il 19 maggio 1894 ricevette l'ordinazione sacerdotale nel Duomo di Milano.
Il 27 settembre 1895 partì per la Missione di Toungoo nella Birmania Orientale. Vi lavorò a tre riprese per un decennio, fino a che nel 1907 per grave malattia rimpatriò definitivamente.

Dal 1909 in poi, per oltre quarant'anni, si dedicò con tutte le sue forze, con gli scritti e con le opere, a diffondere l'idea missionaria tra il popolo ed il clero. Per "risolvere nel modo più radicale possibile il problema della cooperazione dei cattolici all'apostolato", nel 1916 fondò l'Unione Missionaria del Clero, elevata da Pio XII a "Pontificia" nel 1956. Il suo principio era che un clero missionario avrebbe animato missionariamente tutto il popolo cristiano. Oggi LUnione Missionaria del Clero è diffusa in tutto il mondo cattolico ed accoglie nelle sue file anche seminaristi, religiosi, religiose e laici consacrati.
Direttore di " Le Missioni Cattoliche" nel 1909, nel 1914 fondò "Propaganda Missionaria", foglio popolare a larghissima diffusione, e nel 1919 anche "Italia Missionaria" per la gioventù.
Su incarico della S.C. de Propaganda Fide, per un maggiore sviluppo missionario del Sud d'Italia, il Padre Manna aprì a Ducenta (Caserta ) il Seminario Meridionale "S.Cuore" per le Missioni Estere, progetto da tanto tempo da lui caldeggiato.
Nel 1924 venne eletto Superiore Generale dell'Istituto Missioni Estere di Milano, che nel 1926, per l'unione col Seminario Missionario di Roma, per volontà di Pio XI diventò il Pontificio Istituto Missioni Estere ( P.I.M.E.).
Su mandato dell'Assemblea Generale del P.I.M.E. (1934), nel 1936 ebbe parte di primo piano alla fondazione delle Missionarie dell' Immacolata.
Dal 1937 al 1941 diresse il Segretariato Internazionale dell'Unione Missionaria del Clero.
Eretta nel 1943 la Provincia P.I.M.E dellItalia Meridionale, Padre Manna ne divenne primo Superiore, trasferendosi così a Ducenta, ove fondò pure "Venga il tuo regno", periodico missionario per le famiglie.
P. Manna ha avuto una grande attività di scrittore e pubblicista con opuscoli e libri, che hanno lasciato una traccia duratura, come " Operarii autem pauci", " I Fratelli separati e noi" , " Le nostre Chiese e la propagazione del Vangelo", e " Virtù Apostoliche ". Formulò anche proposte innovative circa i metodi missionari, precorrendo il Vaticano II. Ma soprattutto rimane di lui l'esempio d'una vita interamente animata da una totale passione missionaria, che nessuna prova o malattia potè mai diminuire. Giustamente fu definito dal Tragella, suo primo biografo, "Un'anima di fuoco". Il suo motto sino alla fine fu: "Tutta la Chiesa per tutto il mondo!".
Padre Paolo Manna morì a Napoli il 15 settembre 1952. Le sue spoglie riposano a Ducenta, nel “suo Seminario” che il 13 dicembre 1990 venne visitato da Papa Giovanni Paolo II.
Iniziate a Napoli nel 1971 le pratiche per la Causa di Beatificazione, si sono concluse a Roma il 24 aprile 2001 col decreto papale sul miracolo attribuito al Servo di Dio.



[2] Guardata con occhio puramente umano lavventura umana di Padre Giovanni Mazzucconi è davvero un fallimento unico. Perché non ha registrato conversioni, battesimi, predicazioni, successi missionari e, per di più, si conclude tragicamente, a poco più di 29 anni, con un colpo di scure che gli fracassa il cranio.  Eppure è una vita ed una morte che hanno ricevuto dalla Chiesa il sigillo del martirio. Nasce a Recco, una frazione di Lecco, nel 1826, in una famiglia che vive respirando il Vangelo e praticando la carità, ed i frutti si vedono: dei dodici figli, tre diventeranno sacerdoti e quattro saranno suore. Giovanni entra nel seminario diocesano, ma viene contagiato quasi subito dallideale missionario. Il direttore spirituale gli dà del matto e gli dice che le sue “Indie” sono qui, ma lui, con lentusiasmo proprio dei giovani, sogna ad occhi aperti le missioni ed intanto prega e spera che anche in Italia venga fondato un seminario missionario, un istituto cioè in grado di preparare i sacerdoti per le missioni. Il sogno si traduce in realtà quando Angelo Ramazzotti, un avvocato che si è fatto prete tra gli Oblati di Rho e che poi sarà vescovo, riesce a dare vita ad un istituto missionario (lattuale P.I.M.E.), ma lui, Giovanni, deve ancora aspettare. Prete a maggio del 1850, dopo due mesi è già a Saronno, nella prima casa che il Ramazzotti è riuscito ad inaugurare: insieme a pochi altri studia, prega, si dedica ad opere di carità. Soprattutto si allena ad una vita di sobrietà e sacrificio, perché sa che la vita missionaria comporterà un sacco di rinunce. E continua a sognare: questa volta, di andare missionario in Oceania. Perché sono pochi i missionari che lhanno raggiunta e perché quei pochi han dovuto quasi tutti rinunciarvi poco dopo per le difficoltà, le malattie e lostilità della gente. Lo destinano per la Melanesia-Micronesia, salpa da Londra a marzo del 1852 e dopo tre mesi e mezzo di navigazione approda in Australia: giusto il tempo per studiare la lingua e le abitudini delle popolazioni e poi riparte, destinazione lisola di Rook. Qui non trova nulla, neppure una casa e insieme ai confratelli si sistema come può. Lambiente è chiuso, ostile, diffidente e bisogna accontentarsi: per adesso la missione bisogna farla con lo stare sempre con la gentepoi quando il Signore vorrà parleremo anche di Lui. Si ammala quasi subito di malaria: corpo gonfio, piaghe dolorosissime, febbri, deliri, il tutto peggiorato dal clima pessimo, dalla mancanza di medicinali e dalla scarsità di cibo. In poco più di due anni è ridotto veramente male e così gli ordinano di tornare in Australia per farsi curare. Obbedisce, naturalmente, e si rimette addirittura in salute in breve tempo, tanto che pochi mesi dopo vuol tornare nella sua isola. Non sa che laggiù la situazione è precipitata: un catechista è già morto; gli altri confratelli, sfiduciati, stanno per arrivare anchessi in Australia; i superiori dallItalia hanno decretato che non avrebbero mandato rinforzi per non mettere in pericolo altre vite umane. La sua fretta di tornare in missione e le difficoltà di comunicare con i confratelli fanno sì che le due navi non si incrocino e così mentre lui parte gli altri arrivano.  Quando la piccola nave che lo trasporta arriva in prossimità dellisola di Woodlark viene subito circondata dalle canoe della gente del posto. Un notabile dellisola balza sulla nave, si avvicina a Padre Giovanni come per salutarlo, ma quando gli è vicino gli sferra sul capo un colpo tremendo di scure. Inizia così il massacro e il saccheggio della nave e tutti i cadaveri sono gettati in mare: lodio così a lungo covato verso i missionari e verso il cristianesimo ha fatto di Padre Giovanni la prima vittima cruenta. Ha poco più di 29 anni e, pesando con la bilancia umana, vien quasi da dire che fino ad allora non ha fatto granchè, come lui stesso ha previsto: “Vi verrà in mente che non abbiamo potuto far nulla per la missione, ma io vi potrei dire che abbiamo fatto molto, perché abbiamo patito. Dello stesso avviso è stato il Papa, che il 19 febbraio 1984 ha proclamato beato  Padre Giovanni Mazzucconi, il giovane che per la missione aveva patito fino a morire.

lunedì 17 febbraio 2014

Video delle 
Giornate di Formazione

Ecco la presentazione di una delle attività più importanti dell’anno: le III Giornate di Formazione, che si svolgeranno dal 23 al 31 Agosto a Tuscania (VT).

Il Beato Giovanni Paolo II diceva che “la situazione attuale, pesantemente segnata dall'indifferenza religiosa e da problemi e interrogativi inediti, esige con forza un livello eccellente di formazione intellettuale” (Pastores dabo vobis, 51). Senza dubbio tra coloro che soffrono di questa situazione ci sono in prima fila i giovani.

Queste Giornate hanno lo scopo di offrire l’opportunità ai giovani di ricevere una formazione salda e di avere gli strumenti necessari per conoscere e difendere le questioni della fede. Questo impegno si svolge in un ambiente di allegria, amicizia, preghiera e di tante altre attività culturali e formative.  

Prossimamente vi invieremo maggiori informazioni sulle Giornate. Intanto vi mandiamo questa presentazione che ha come protagonisti principali gli stessi giovani che hanno partecipato alle Giornate del 2013.


Vi incoraggiamo a diffonderlo tra i giovani e le famiglie!!




domenica 16 febbraio 2014


Gesù Misericordioso

Silvia Sacripanti ha partecipato alle II Giornate di Formazione e ci invia questo commento a questa immagine di Gesù Misericordioso dipinta dopo che la Venerabile Madre Luisa Margherita Claret confidò al suo direttore spirituale di averla visto in un' apparizione. 

La Venerabile Madre Luisa Margherita Claret de la Touche, visitandina francese morta in Italia nel 1915, è l’ iniziatrice dell’Opera dell’Amore Infinito, ora diffusa in tutto il mondo. Madre Luisa Margherita amava disegnare e dipingere. Non solo ci ha lasciato composizioni di paesaggi, animali, fiori e nature morte, ma ciò che la rende famosa è il quadro di Gesù Misericordioso. Il quadro fu dipinto su ordine del suo direttore spirituale, padre A. Charrier, dopo che suor Luisa Margherita gli aveva confidato di averlo visto in visione.
  
La raffigurazione si stacca dalla moda corrente. Il volto del Cristo richiama moltissimo quello della sindone; gli occhi, poi, sembrano scrutare in profondità chi lo guarda.
Attorno al capo c’è una duplice aureola: una formata da una corona di spine, l’altra ornata da tre gigli con la scritta  Misericordiam volo.
La contemplazione del quadro richiama due atteggiamenti di Gesù: la dolcezza e la maestà, ambedue strettamente legati tra di loro. Inoltre il gesto di Gesù è quello di indicare il costato trafitto. La tunica squarciata, poi, è quasi a forma di cuore. Gesù si manifesta così come il compimento della profezia di Zaccaria: “Guarderanno colui che hanno trafitto” (Gv 19, 37). È la ferita del costato che rivela l’Amore Infinito del cuore di Cristo e diventa la sorgente della Misericordia.


Suor Luisa Margherita scrive nel suo Diario: «Un giorno, prostrata ai piedi di Gesù, lo chiamavo l’unico bene della mia anima, il supremo amore del mio cuore, il tesoro infinito di tutte le ricchezze e, finii per dirgli: “Mio Gesù, come vuoi che ti chiami?”. Egli mi rispose: “Chiamami Misericordia!”. O mia dolce Misericordia, o Gesù, morto d’amore su questa croce, fa’ che, ricondotti a te per l’attrattiva della tua Misericordia, viviamo del tuo amore e per il tuo amore» (Diario Intimo, Venerdì Santo 13 aprile 1900).

Vi è ancora un significato particolare: l’immagine richiama la maestà del “pontefice eterno”, del “divino sacrificatore” che dal costato aperto continua a versare sull’umanità, e in particolare sui sacerdoti, le “onde vivificanti dell’Amore Infinito”.
Attualmente il quadro si trova nella Cappella di fondazione di Betania del Sacro Cuore a Vische - TO.
La Venerabile Madre Luisa Margherita è una donna che richiama con forza a leggere la storia come opera dell’amore e rivolge un invito specifico ai sacerdoti a rendere visibile con il loro ministero l’Amore e la Misericordia di Dio attinti al Cuore di Cristo.
Capire l’amore e trasmetterlo è compito di tutti i cristiani, ma la Venerabile ne fa la missione propria dei sacerdoti, manifestando una intuizione avuta nella preghiera: «Voglio che i miei sacerdoti siano seminatori di amore» (Diario Intimo, 25 giugno 1902).

Silvia Sacripanti


sabato 15 febbraio 2014


Daniela Fierro condivide con noi questi versi di Karol Wojtyla che appartengono ad un' ampia poesia che, essendo sacerdote, compose in onore di Maria, nel 1950 : l'anno in cui Pio XII proclamava il dogma dell' Assunzione. La pubblicò ( con lo pseudonimo di Andrzej Jawien' ) su un settimanale cattolico di Cracovia, l' 8 dicembre di quell'anno. Il titolo è  "Madre".





"... Madre, non spegnere l'amore,
ma, con le tue mani pure, sospingi quest'onda
verso di me!
 Lui te lo ha chiesto.
Io sono Giovanni, il pescatore. C'è in me ben poco
che tu possa amare...
Ma Lui ha voluto che ti chiamassi Madre.
Ed io prego possa essere così, e questa parola per te non perda il suo valore..."



La poesia si svolge come una scena di teatro - quel teatro che Wojtyla ha amato,  "teatro di parola" ...
Due personaggi: Maria e Giovanni. Il terzo - il vero protagonista - è silenzioso: Gesù.
Il tempo: vicino all'Assunzione.
Parla per prima Maria, rivolgendosi a Gesù - ancora così profondamente presente, accanto a lei, di fronte a lei, in lei....
Poi parla Giovanni, rivolto a Maria. Conclude infine Maria, rivolta a Gesù.
Nella conclusione Maria appare ormai protesa  al suo domani: verso la vita nuova, verso il Cielo. Nella parte iniziale, invece, appare come donna di ricordi: dopo l'Ascensione - Gesù ormai "nascosto" - Maria lo ricorda bambino sopra questa terra.
Più indietro ancora, il suo ricordare inizia dall'istante dell' Incarnazione. L'annuncio divino, la parola dell'Angelo:

... quel primo, stupefatto momento
che Ti rese testimonianza, o Figlio del mio amore!
Un momento che continua a dilatarsi
e in sé trasforma tutta la mia vita.

... divenne mio corpo, in me nutrito col mio sangue,
...cresceva nel mio cuore in silenzio, come Nuovo Uomo,
tra i miei pensieri stupefatti e il lavoro quotidiano delle mie mani.

...
Figlio mio, nel villaggio dove tutti ci conoscevano entrambi,
mi dicevi "Mamma" : e nessuno scrutò fino in fondo
gli eventi incredibili che tutti, ogni giorno, sfioravano.
E la Tua vita si confuse con quella dei poveri
a cui volesti appartenere, nella fatica quotidiana delle braccia.

Ma io sapevo: la luce, negli eventi,
...come una scintilla nascosta sotto la scorza dei giorni,
sei Tu.

...
io ricordo quei lampi, passati senza eco,
dandomi appena il tempo di un pensiero.
Figlio mio difficile e grande, Figlio mio semplice,
...io resto tutta assorta nel Tuo segreto.

Nel Vangelo leggiamo che Maria "custodiva ogni cosa nel suo cuore". E così la presenta il poeta: un cuore capace di custodire le cose che passano così rapidamente - la veloce corrente della vita... Spesso non è più che un istante; ma lei lo raccoglie, lo ferma, lo fa durare, persistere: lo mette come un seme nella terra del suo cuore, per sempre; e da lei rinasce, germoglia, dà frutto. "Si compiano in me le Tue parole" : ogni Sua parola in lei vive, cresce, e cambia tutta la vita.
Il figlio, dunque, è presente nella Madre, ancora: come in quel primo istante. A tal punto che Giovanni, nello spezzare il Pane del Suo Corpo e porgerlo a Maria ( così immagina il poeta ), si ferma con tremore per un attimo: perché quel Gesù che egli vuole donare a lei, egli Lo vede, al tempo stesso, in lei.
                                                             

 Il Suo spazio è serbato fra le tue braccia...
...rimane in te...
E mai vi entra il vuoto...


E Maria ora parla a Gesù:
La Tua profonda pace in me non avrà fine -
unica foce al mio cammino. E un giorno
vi starò come un fiume, portato dalle sue pure acque...
Mi avvolgerà il tempo nuovo,
abiterà nel mio cuore -
e tutto infine sarà colmo, sarà gioia....

Non c'è davvero bisogno di commento a questi versi, così trasparenti nella loro profondità.
Il meglio che si può fare con una poesia come questa ( e, credo, in generale con la poesia ) non è spiegarla, ma lasciarla risuonare - a lungo, dentro: nel silenzio della mente e del cuore.
Con il desiderio ( che era forse anche quello del poeta, per sé e per i suoi lettori ) che la mente e il cuore rimangano poi pieni di Maria,  "piena di grazia".



Daniela Fierro

venerdì 24 gennaio 2014


Anche dal male peggiore Dio 
tira fuori meraviglie 
(Parte II)

...Dopo essersi laureato incominciò un’avventura: andò prima in Marocco e poi in Arabia Saudita come insegnante di Inglese. Sapete pagavano davvero bene lì. Poteva avere tutto quello che desiderava. Furono 4 anni. In questo periodo però incominciò a fare qualcosa che non avevo mai fatto. Parlò con Dio.

Fino a quel giorno infatti, aveva parlato molto di Lui e anche  combattuto contro di Lui ma mai aveva parlato CON LUI. Così cominciò a pregare. Conobbe più da vicino Dio e ne rimase affascinato. Era una persona nuova. Doveva tornare a casa sua, doveva ancora essere una lama affilata. Aveva solo cambiato schieramento. Ora quello che più gli premeva era convincere tutta quella massa di inetti che andavano dietro a tutte quelle false filosofie a Berckley che c’era un’unica Verità. Il nostro protagonista non poteva starsene a guardare proprio ora che aveva trovato un nuovo ideale da imporre agli altri. Un mezzo, come lo era stato prima il suo ateismo sfrenato, per imporre SE STESSO. NON AVEVA ANCORA CAPITO NIENTE, il nostro amico.

Un giorno era tutto intento a trovare gli argomenti filosoficamente più forti per difendere la sua nuova fede e imporla sugli altri quando comprese che c’era qualcosa in più che gli sfuggiva. Aveva capito che nei suoi ragionamenti mancava la vera essenza della fede. Era qualcosa che lui proprio non riusciva a capire. E realmente mancava perché lui una fede vera non ce l’aveva ancora.
Pensò che sicuramente qualcuno di più informato di lui, però avrebbe potuto spiegargli questo qualcosa che gli mancava da capire. Il momento giusto arrivò in occasione di un incontro di giovani cattolici in cui doveva essere ospite il famoso Don Giussani (il fondatore di Comunione e Liberazione). Doveva parlarci, lui avrebbe di sicuro risolto ogni suo dubbio e reso il suo ragionamento perfetto. Sicuro di sé andò lì da lui e gli disse di spiegargli questo qualcosa in più nella fede cattolica.

Come il ragazzo ebbe finito di chiedere questa cosa Don Giussani lo fissò e disse:  “Con te non sprecherò neanche un minuto!”.  Subito dopo si girò e se ne andò lasciandolo lì in mezzo alla gente. Quel giovane rimase senza parole ma in un attimo capì tutto. Tutta la sua fede fino a quel momento era stata solo bramosia di primeggiare; ancora una volta era idolatria di sé. Era stato solo volersi imporre sugli altri. Era fare esattamente quello che faceva prima di convertirsi, ma questa volta usando Dio.

Da quel momento la sua vita cambiò radicalmente. Non ci credete? Beh ora è qui che vi parla da questo altare. In quel momento capii che la vita è dare gloria a Dio e non a sé. Che la Fede Vera è: capire di essere un niente nelle mani di Qualcuno che ama questo nulla come se esistesse solo lui al mondo. Noi non abbiamo niente, ma Lui ci da tutto. Lui ci sceglie e noi dobbiamo solo essere riconoscenti, ringraziare. Quello più che mi mancava di capire nei miei ragionamenti filosofici era questo. DIO È AMORE e chi mai ha un amore più grande del Suo!?!


(libero adattamento da un’omelia)

Elena

martedì 21 gennaio 2014

Anche dal male peggiore Dio 
tira fuori meraviglie 
(Parte I)

Elena ci invia questa interessante testimonianza di un ragazzo americano, Berckeley, che rispecchia come Dio scrive diritto anche sulle righe storte dell’uomo. Grazie Elena!


Qualche settimana fa nella chiesetta della mia università ha concelebrato la messa un sacerdote del tutto particolare. Venuto il momento dell’omelia ha iniziato a parlare e, di sicuro il suo accento non era italiano.
Con uno stile tutto festoso e divertente ci ha detto: “Ragazzi mi dispiace per voi, oggi mi hanno chiesto di raccontarvi una storia a cui ho assistito in prima persona! È la storia di un ragazzo di Berckley, California. Ma voi sapete di cosa è la patria Berckley? Berckley è stata la culla della rivoluzione sessuale del ’68 e di tutti i movimenti e le filosofie hippie che da quella sono nate! Questo ragazzo era nato proprio lì quegli anni di grandi illusioni!  Suo padre era un sindacalista, ma non di quelli estremi … si  perché a fare l’estremista ci pensava suo zio che era il capo dell’unico partito comunista di tutti gli Stati Uniti. Sua madre era ebrea ma sin dalla sua giovinezza ha aderito alle  filosofie buddiste e spiritualiste dei grandi santoni che in quegli anni (ma ancora oggi) spopolano tra gli intellettuali. Questi propinavano lo scardinamento di tutti i valori fondamentali dell’uomo  sotto lo scudo di false idee di “amore”, “pace” e libertà. Infatti sin da subito queste parole si rivelarono per quello che veramente erano: trasgressione. Si … insomma avete capito bene... sesso, droga e rock & roll! La madre di quel ragazzo  alla fine è diventata perfino una delle ideatrici e fondatrici della filosofia New Age che tanto male sta facendo al mondo. 

Questo ragazzo quindi era stato tirato su in un ambiente che lui reputava intellettualmente effervescente e pieno di stimoli. Era stato cresciuto per essere un’avanguardia, una lama affilata destinata a rompere i vecchi equilibri dei benpensanti; era stato  abituato a credersi e a voler essere sempre più avanti degli altri. Dal canto suo, lui sapeva che avrebbe dovuto cambiare il mondo, ma non come lo pensa la media dei giovani, lo voleva con tutto sé stesso e più di ogni altra cosa. Ne era certo, avrebbe calpestato tutta l’ipocrisia che lo circondava e l’avrebbe fatto con l’arma che gli era più congeniale, la filosofia. Con l’oratoria poteva tutto e aveva come una sensazione di onnipotenza e dominio. Si era prefisso la missione di dimostrare che la Chiesa Cattolica era l’unico vero male della nostra società. All’esterno era un leone ma troppo spesso sentiva un’insostenibile sensazione: si sentiva inutile, impotente. Meglio non darci troppo peso pensava, sarebbe passato prima o poi.

Certe volte però  questo sentimento era talmente forte da spezzarlo in due, era quasi depressione. Il mondo, la condizione umana e tutto il mondo erano insostenibili. Niente aveva senso perché era lui stesso che doveva dare senso alle cose che lo circondavano. Il senso però il più delle volte non lo trovava. Allora studiava di più, sperimentava tutto ma niente. Si convinse che l’unica cosa doveva essere rassegnarsi a conviverci.
Da buon nipote del capo del partito comunista prese la sua prima laurea in Filosofia Sociale e poi, visti i suoi  buoni voti ebbe la possibilità di ottenere una borsa di studio per un’altra laurea. Si sa, in America le università costano tantissimo, tanto valeva approfittarne. Il fatto che si trattasse di una università cattolica non faceva altro che  rendere il tutto ancora più affascinante, eccitante. Avrebbe dimostrato “a casa” dei “nemici” che non esisteva Dio e che la loro religione era solo una lunga serie di fantasie. Così si ritrovò in  mezzo a dei professoroni cattolici seri, sapete di quelli tutti d’un pezzo, un incubo insomma. Non poteva sopportare la serenità con la quale questi dichiaravano di possedere la Verità e gli sembrava impossibile che persone così acculturate potessero credere ancora a certe storie. “Che stupidi” pensava, “sembrano usciti dalle caverne!”. 
Questo fu il suo primo contatto col cristianesimo e la prima cosa che pensò fu: “Farò crollare questa università dall’interno. Uno per uno distruggerò loro e la loro fede”. Infatti mise da subito in atto quel piano. In quegli anni provò tutto quanto era in suo potere, (anche con i mezzi più subdoli e riprovevoli), per rovinare quelle persone e per uccidere la loro Fede.
Successe qualcosa però: ad ogni mezzo balordo che utilizzava, ad ogni offesa che infliggeva, riceveva in cambio solo del bene. Si lo sapeva i cristiani hanno quella cosa dell’altra guancia, ma questo era diverso da quello che pensava lui. Lui riceveva del BENE SINCERO da quelle persone. Impossibile direte … Se non ci credete vi dico anche che ad un certo punto, la famiglia di quel ragazzo non ebbe più i soldi per pagare la retta, (la sua famiglia infatti era molto povera) e il rettore dell’università fece di tutto per continuare a farlo studiare lì e per averlo così tanto aiutato fu anche licenziato.

Qualcosa non tornava e sconcertava quel ragazzo. Come era possibile tutto questo?... 


Elena