sabato 19 novembre 2016

Cos’è ed a cosa serve la storia? 
Da oggi 19/11/2016 questo blog inizia ad ospitare una nuova rubrica, dedicata alla Storia, che si intitola Lux Veritatis, a cura del dottor Francesco Del Giudice, Voce del Verbo.

Cos’è la Storia, e che senso ha parlarne oggi, in cui siamo tutti presi dal vivere il presente e proiettati continuamente verso il futuro? Che senso ha perdere il proprio tempo (in particolare quello scolastico) per studiare cose avvenute secoli fa e continuare a parlare di persone morte delle quali, spesso, non sappiamo neanche che volto avessero o dove sono sepolte?

La Storia infatti oggigiorno è vista, mi si permetta l’ossimoro, come una famosa sconosciuta, ovvero tutti ne parlano ma nessuno sa di cosa si parla: chi non potrebbe parlare per almeno un’ora dell’Inquisizione senza mai aver letto un solo documento sull’argomento? Non avete mai sentito discussioni e trasmissioni sulle Crociate dove non si nomina nemmeno un papa o un condottiero? Ma, contemporaneamente, avete mai sentito un elogio sulla storia o sugli storici? Chi studia queste cose non viene visto come una specie di reperto archeologico? Generalizzando, infatti, possiamo dire senza ombra di dubbio che si parla di storia e di argomenti storici senza sapere di cosa si stia parlando, pensando contemporaneamente che sono cose superate e di poca utilità. Ma attenzione: non è vero tutto ciò in quanto noi stessi siamo immersi nella storia, ci piaccia o non ci piaccia.

Ogni nostra azione infatti, avviene nel piano temporale cosicché il mio presente diventa presto il passato, il mio futuro diventa il mio presente e lo stesso futuro sarà un giorno il mio passato. Siamo esseri storici e tutte le nostre azioni (dalla più banale alla più importante) sono eventi storici che si presentano sempre legati indissolubilmente ad una causa ed ad una conseguenza: non è possibile infatti scindere questa triade (causa-evento-conseguenza) che possiamo tranquillamente tradurre con passato-presente-futuro. Facciamo un caso banalissimo, relativo a questo articolo: io ho studiato storia (passato / causa) – sto scrivendo di storia (evento / presente) – qualcuno leggerà questo articolo (conseguenza / futuro). La triade c’è, ed è impossibile romperla perché anche se, per ipotesi, nessuno leggesse sul blog questo articolo, lo dovrò fare io stesso prima di pubblicarlo.

Ovviamente le azioni degli uomini non sono tutte uguali cosicché la firma di un Trattato di Pace sarà molto più importante dell’articolo che sto scrivendo, come anche l’elezione del Presidente Trump è stata molto più importante della nascita di un bambino in una qualsiasi parte del mondo avvenuta nello stesso giorno. Ogni fatto storico, inoltre, è sempre diverso dagli altri che, benché simili, possono avvenire nello stesso momento giacché ogni evento, oltre ad essere legato al piano storico è infatti condizionato a quello geografico: Trump è stato eletto in America, non in Brasile; io sto scrivendo da casa mia, a Segni, e non da Torino, distante chilometri e chilometri da me; Colombo partì alla volta dell’America da Palos (Spagna) e non da Lisbona (Portogallo), e così via. Ogni fatto propriamente storico pertanto, è legato indissolubilmente al tempo ed allo spazio, e la sua importanza è data dalle conseguenze che esso produce: più le conseguenze sono grandi, più l’evento è degno di essere riportato sui libri di storia. Si capisce dunque perché la storia abbia (e deve per forza avere) un andamento lineare, con un inizio e una fine, e non ciclico, cioè che tende a ripetersi, perché le azioni di ciascuno sono sempre diverse le une dalle altre.

Fatta questa premessa, necessaria per riflettere sul fatto che noi stessi siamo personaggi storici (benché spesso non ce ne accorgiamo, proiettati come siamo alle esigenze del presente), possiamo capire meglio cosa significhi il termine “Storia” (rigorosamente con la S maiuscola). Oggi, infatti, il termine Storia ha assunto diverse accezioni che non richiamano assolutamente il senso originario e proprio del termine: si usa per definire genericamente gli eventi passati (storia del XVII sec., etc); la ricostruzione soggettiva del proprio passato (la mia carriera/storia scolastica, etc); alcuni fatti ritenuti degni di nota (“non c’è stata più storia dopo il 3 gol”, etc) e così via.

Il termine Storia deriva dal greco ίστορίή (l’historia latina) che significa ricerca ma anche resoconto (di ciò che ho visto) e, quindi, sapere, meglio ancora, sapere perché ho visto. Lo troviamo usato per la prima volta nel V secolo, ad Atene, prima da Erodoto (484 a.C. – 425 a.C.), considerato infatti Padre della Storia, e poi da Tucidice (460 a.C. – 400 a.C.). Il termine non nasce immediatamente legato allo studio del passato ma, bensì, ha una valenza più ampia poiché è un metodo di ricerca del reale e, contemporaneamente, di conservare/trasmettere la memoria per poter meglio vivere: essa è pertanto ricerca del vero che coinvolge, come termine, anche aspetti etici e morali. Quest’approccio ci porta ad indagare il come ed il perché delle cose, andando a ricercare pertanto sia le cause che i fini.

Tramite la Historía, quindi, si descrive e si interpreta un fatto concentrandosi sia sulle modalità che sulle cause: nasce, in questo modo, la differenza tra Storia ed Antiquaria (vale a dire la semplice trasmissione, o la messa per iscritto, di fatti senza alcun giudizio o indagine critica [1]); poiché propone dei modelli, inoltre, la storia educa ad una visione del mondo e ci fornisce dei comportamenti esemplari. Gli stessi Vangeli si situano nel solco di questa tradizione cosicché si può raccontare ciò che so perché ho visto (il Vangelo di Giovanni è pieno di attestazioni di questo genere da parte dell’Apostolo) oppure ciò che è frutto di un’attenta ricerca (si veda il Prologo del Vangelo di Luca) e che gli altri possono prendere come verità in quanto ciò che si è detto non è mai stato smentito.

Per Cicerone (106 a.C. – 43 a.C.) la Storia è «testimone del tempo, lume di verità, sopravvivenza della memoria, maestra di vita, messaggera del passato»[2]: la Storia è dunque utile anche per le future generazioni (la natura umana infatti è e sarà sempre la stessa) perché permette di conoscere, imparando, sia gli errori (da evitare in futuro) che le glorie (da tentare di ripetere). Si capisce dunque l’esclamazione di Plinio il Giovane (61 – 113) nei riguardi della Storia: «quanto potere, quanta dignità, quanta maestà, infine, quanta numinosità siano insite nella storia»[3].

Venendo ai nostri giorni, è molto bella l’immagine offerta dal filosofo francese Henri Bergson (1859 - 1941) il quale afferma che «in realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente. Esso ci segue, tutt’intero, in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante alla porta della coscienza»[4] che possiamo mettere assieme ad un’altra bella definizione di Henri Irenée Marrou, il quale ci insegna che «la storia è l’incontro, il rapporto posto in essere dallo storico tra due piani di umanità: il passato vissuto dagli uomini di un tempo e il presente in cui si sviluppa tutto uno sforzo inteso a rievocare questo passato, perché ne tragga profitto l’uomo, cioè gli uomini che verranno»[5] in quanto «fine dello storico è proprio quello di guardare al passato con uno sguardo razionale, capace di impadronirsene, di comprenderlo e, in un certo senso, di spiegarlo: uno sguardo che noi non potremo mai gettare sul tempo presente»[6] (verità invece oggigiorno dimenticata o negata, protesi come siamo sulla cronaca e sulla cosiddetta Contemporaneità).

Ma è Giovannino Guareschi che, senza scrivere mai un testo di metodo storico, a mio parere, probabilmente ha scritto la più bella definizione del rapporto tra il passato ed il presente e, quindi, di come l’uomo si deve porre dinanzi alla storia ed ai propri antenati (conosciuti o sconosciuti poco importa). Il papà di Don Camillo sta narrando la cerimonia per l’annuale festa degli alberi ed il Sindaco Peppone, inizialmente restio a parlare in pubblico su questa festa, si lascia invece prendere da una riflessione profondissima, su un gesto semplice come la piantumazione di un alberetto, per di più compiuto da bambini: «gli alberelli che adesso voi bambini pianterete dentro la terra sono come il legame fra la morte e la vita: fra la vita che sta sopra e la morte che sta sotto. E se l'avvenire dell’albero e il suo progresso verso l'alto sono sopra la terra, le radici sono sotto la terra. E ciò significa che l'avvenire è alimentato dal passato»[7].

Guareschi fa terminare il discorso di Peppone con un’invettiva che facciamo nostra e che, ci auguriamo, possa servire anche a tutti i lettori del blog per capire l’importanza della Storia, rigorosamente con la S maiuscola: «guai a coloro che non coltivano il ricordo del passato: sono gente che seminano non sulla terra ma sul cemento»[8].

Francesco Del Giudice

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[1] «La narrazione di trasformò in storia, il giorno in cui la filosofia se ne impadronì per animarla, per dirigerla […] Gli uomini non potevano nulla contro il Destino, se non opporre a esso la loro intelligenza e la loro virtù. Saperevano che la fatalità avrebbe avuto l’ultima parola: ma, siccome era loro impossibile restare passivi e muti, si sforzavano di conquistare da qualche parte, all’interno del cerchio, un piccolo posto per la libertà. La storia è una manifestazione di questo sforzo […] I fatti sono legati da leggi permanenti e necessarie. Ma lo studio nel passato delle cause e degli effetti permette di prevedere l’avvenire. La storia è dunque un mezzo, anch’essa, per preparare un piccolo spazione alla libertà. Senza la filosofia, presso i greci la storia non sarebbe mai nata. Questi l’hanno trasmessa i romani»: Gonzague de Reynold, Gonzague de Reynolde raconte la Suisse et son histoire, Payot, Losanna 1965, p. 6, traduzione di Giovanni Cantoni.

[2] «Testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis»: Cicerone, De oratore, 2, 36.

[3] «Quanta potestas, quanta dignitas, quanta maiestas, quantum denique numen sit historiae»: Plinio il Giovane, Epistulae, 9, 27, 1.

[4] Henri Bergson, L’evoluzione creatice, Laterza, Bari 1957, p. 62.

[5] Henri Irenée Marrou, La conoscenza storica, Il Mulino, Bologna 1962, p. 33.

[6] Ibidem, p. 44.

[7] Giovannino Guareschi, Ricordando un vecchia maestra di campagna, Tutto Don Camillo, p. 2030.

[8] Ibidem.


martedì 15 novembre 2016

Testimonianza dell’incontro delle Voci del Verbo a Carpineto

di Gianluca Iori


Dopo aver partecipato quest’estate alle V Giornate di Formazione, non potevo mancare a questo nuovo incontro delle Voci del Verbo, un gruppo di ragazzi che vivono la fede integralmente, mettendo Dio al primo posto, pronti a portare il Vangelo nella propria realtà quotidiana, difendendo le ragioni della fede con solida formazione culturale e spirituale.
Anche se per motivi di lavoro non sono potuto arrivare Carpineto Romano insieme agli altri al venerdì pomeriggio, sono comunque partito in macchina il prima possibile da casa (Reggio Emilia) e, dopo aver caricato a Bologna Giacomo di Verona, e aver fatto una immancabile oretta di coda in autostrada, siamo finalmente arrivati a destinazione all’alba delle 2 di notte, dove c’era il buon P. Jesus ancora sveglio che ci ha fatti entrare.
Sono stati giorni in cui posso dire di aver fatto veramente una bella ricarica spirituale. A parte un po’ di freddo in convento (utile comunque a temprare lo spirito!), tutto è andato per il meglio, grazie all’organizzazione perfetta delle Voci del Verbo di Segni, che hanno fatto anche un gran lavoro in cucina cucinandoci degli ottimi piatti!
Anche se la testimonianza che avevamo programmato di fare in una scuola è saltata all’ultimo minuto, come al solito la Provvidenza è intervenuta e ci ha condotti in pellegrinaggio a Nettuno, al Santuario e al luogo del martirio di S. Maria Goretti, dove tutti noi ci siamo affidati a lei per ricevere il dono della purezza, che lei ha vissuto in maniera così eroica.
I profondi momenti di preghiera (S. Messa, S. Rosario, Adorazione Eucaristica) si sono piacevolmente alternati ad atti di carità, come la visita ad una casa di riposo intitolata al personaggio simbolo di Carpineto Romano, ovvero il grande pontefice Leone XIII, che nacque proprio in questa località. Alcuni di noi hanno avuto anche l’opportunità di diventare attori per un giorno, partecipando alla registrazione di un video apologetico contro l’aborto, che verrà presto diffuso in rete, registrato nella lavanderia del convento, che per l’occasione è stata riadattata ad un professionale studio di registrazione!
Il tempo è veramente volato e dopo 3 giorni era già ora di dirigersi verso casa. Con le batterie dell’anima ricaricate, ognuno di noi è tornato alla propria realtà con più forza per combattere la buona battaglia ed essere testimoni di Cristo in questi tempi difficili. Grazie ancora agli organizzatori e a tutti i religiosi e religiose per il tempo che ci hanno dedicato e arrivederci al prossimo incontro!

domenica 6 novembre 2016

Ragioni per credere

Quali sono le ragioni per credere?

Un breve libretto per comprendere la ragionevolezza della fede cattolica.

«Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere.» Sapienza 13, 1

Oggi più che mai per un cattolico è necessario conoscere le ragioni per credere. Con la nostra intelligenza possiamo dimostrare che essere credenti, cristiani e cattolici non solo è ragionevole, ma è la scelta più conforme alla ragione.

Scarica gratuitamente Ragioni per credere in pdf:







giovedì 3 novembre 2016

Educare alla purezza per salvare la famiglia e la vita 

di Carlo Principe e Annamaria Principe* 

Non tutti colgono la profonda correlazione esistente tra purezza e sacralità della Vita. San Giovanni Paolo II, nell’Evangelium Vitae, la evidenzia: “La banalizzazione della sessualità è tra i principali fattori che stanno all'origine del disprezzo della Vita nascente: solo un amore vero sa custodire la vita”. 
Altrettanto forte è il legame tra purezza e sacralità della Famiglia, opera più alta di Dio Creatore. I fidanzati che “bruciano” le tappe dell’amore lasciandosi soggiogare dalla carnalità, non solo mortificano la sessualità, dono di Dio per amare, ma costruiscono la loro famiglia sulla sabbia. Lo spiega chiaramente Benedetto XVI: “Bruciare le tappe finisce per “bruciare” l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile”.
Un rapporto ridotto a fisicità è debole e fragile. Tanti matrimoni vanno in frantumi perché tra gli sposi affiorano quelle divergenze che la schiavitù del sesso, da fidanzati, ha reso impossibile scoprire. Sempre Benedetto XVI: “Non pensate, secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro”.
La Chiesa insegna che l’espressione genitale della sessualità è riservata al Matrimonio, un patto di amore totale e definitivo. Questa verità è parte del progetto di Dio sull’amore umano. E si capisce perché: il rapporto sessuale è legato al mistero della Vita e della sua trasmissione. E un figlio, per maturare integralmente, ha bisogno di respirare l’amore totale e perenne dei suoi genitori. Amore che esige sacrificio e dono di sé, che solo la Grazia del Sacramento del
Matrimonio può sostenere.La convivenza che rinvia a tempo indeterminato il matrimonio - sempre più ridotto a un vuoto, quanto costoso, rito di convenienza sociale - calpesta e svilisce questo Sacramento. Perché sposarsi in Chiesa, infatti, se i fidanzati compiono, senza percepirne il disordine, i gesti che sono propri del Matrimonio? Papa Francesco, ammonisce: “C’è una distinzione tra l’essere fidanzati e l’essere sposi, che la Chiesa da sempre custodisce in vista della delicatezza e della profondità di questa verifica”.
La coppia convivente che esclude il “per sempre”, più facilmente esclude, con la contraccezione e l’aborto, anche un figlio, vera scommessa sul futuro. Al contrario, i fidanzati che vivono castamente la loro relazione fanno di tutto, spinti anche dal desiderio di donarsi nella gioia di un amore totale, per accelerare il giorno delle nozze e formare così famiglie giovani e feconde.
Ecco perché l’aumento delle convivenze è all’origine, non solo del pauroso calo dei matrimoni religiosi (con un ritmo tale - 10 mila in meno l’anno - che, fra qualche decina d’anni, di essi non resterà che il ricordo), ma anche del crollo delle nascite che fa dell’Italia il Paese meno fecondo al mondo.
La violazione della legge di Dio sulla purezza, dunque, oltre a compromettere la salvezza dell’anima (“nessun fornicatore, o impuro, o avaro - cioè nessun idolatra - ha in eredità il regno di Cristo e di Dio”, dice san Paolo), ferisce profondamente anche la società.
Per salvare la famiglia e la vita, dunque, è urgente “offrire soprattutto agli adolescenti e ai giovani l’autentica educazione alla sessualità e all’amore, un’educazione implicante la formazione alla castità, quale virtù che favorisce la maturità della persona e la rende capace di rispettare il significato «sponsale» del corpo”. (Papa Wojtyla, EV 97).
Ecco il senso dell’iniziativa “Ottobre per la purezza” svolto per le strade e nelle scuole di Benevento.
Dio ha voluto che ad animare questo apostolato fossero i giovani delle “Voci del Verbo”, i numerosi religiosi, tra sacerdoti, suore e seminaristi, dell’Istituto del Verbo Incarnato, uno splendido ordine fecondo di vocazioni sacerdotali e religiose, e anche delle famiglie.
Attraverso incontri per strada e nelle scuole, questi apostoli hanno testimoniato la bellezza della castità e annunciato ai giovani Cristo nel Vangelo delle beatitudini: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. E questi giovani si sono mostrati attenti e desiderosi di informarsi sul tema della purezza, tanto decisivo per la loro vita, quanto coperto da un irresponsabile e generale silenzio.
Silenzio che Madre Teresa di Calcutta, appena proclamata santa, ha definito senza mezzi termini, “impuro”.
Impegnarsi in questo apostolato è difficile, perché è fuori della logica del mondo. Chi lo fa rischia la derisione e l’accusa di oscurantismo, perfino da uomini di Chiesa. Ma Benedetto XVI così li incoraggia: “Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo”. 

*Membri dell’Istituto Santa Famiglia della Famiglia Paolina