venerdì 27 maggio 2016

Mese di preparazione per consacrarsi a Maria Santissima in materna schiavitù d'amore

Mese di Preparazione Per consacrarsi a Maria Santissima in materna schiavitù d'amore secondo San Luigi Maria Grignion di Montfort


Per sant’Alfonso Maria de Liguori era imprescindibile che nelle sue missioni popolari si tenesse sempre un sermone sulla Madonna. Poiché la devozione mariana non è solo conveniente ma è addirittura necessaria. "Questa devozione – affermava il santo Dottore – si reputa necessaria per la salvezza eterna: perciò si fa mal pronostico di taluno che vive abitualmente estraneo da tal devozione".
Questo libretto vuole perciò essere una guida per prepararsi nel miglior modo possibile a consacrarsi in materna schiavitù d'amore a Maria Santissima, secondo quanto insegna San Luigi Maria Grignion di Monfort.


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sabato 21 maggio 2016

Perché Dio ci ha dato la libertà se sa che possiamo scegliere il male? 

Ha creato Dio il male? se sì, allora non avrebbe fatto solo cose buone. se no, allora non avrebbe creato tutto



Mi sono state poste queste domande da tre persone diverse nell'arco di due sole settimane. La sete di Dio che avevano questi ragazzi ha rappresentato per me una chiamata ad aiutarli e ho provato a dare delle risposte nei limiti della mia umanità. Queste domande strettamente correlate tra loro interrogano chiunque di noi... proviamo a sciogliere qualche nodo facendoci aiutare dalla Sacra Scrittura. 


Nel libro della Genesi, Dio è presentato come il Creatore di tutte le cose e tutto ciò che è stato creato da Dio egli "vide che era cosa buona". Dal racconto della Genesi appare palese come il male non sia oggetto della creazione e come tutto ciò che Dio ha creato sia cosa buona. Sappiamo benissimo riconoscere però come il male sia tanto presente nel mondo. Tanti pensatori di tutti i tempi si sono chiesti come conciliare l'esistenza di Dio e quella del male. La stessa ricerca filosofica di Sant'Agostino parte da una domanda: "Si Deus est, unde malum?". È interessante notare come l' "est", copula latina, si possa tradurre sia come "esistere" che come "essere bene", tanto che sarebbe corretto tradurre questa domanda sia con l'espressione "Se Dio esiste, da dove viene il male?" sia con "Se Dio è bene, da dove viene il male?".

Torniamo al racconto della Genesi. Dio crea l'uomo a Sua immagine e somiglianza. In virtù di questa somiglianza però, non possiamo dire di essere uguali a Dio, bensì possiamo dire di avere imperfette in noi tutte quelle caratteristiche che in Lui sono perfette (ad es: Lui è la Bellezza, noi siamo belli, Lui è il Bene, noi siamo buoni). Ciò significa anche che, essendo Dio la Libertà, noi siamo liberi. Nell'ottica però di questo discorso sarebbe opportuno riflettere su cosa sia davvero la libertà. Abbiamo detto che Dio crea solo cose buone, se questo è vero allora potremmo chiederci perché in virtù del nostro essere liberi compiamo tanti errori. O forse possiamo ribaltare un po' la nostra ottica di libertà e chiederci: ma non sarà che, scegliendo di compiere il male, invece di comportarci da persone libere, ci stiamo comportando da schiavi? La società di oggi ci ha inculcato un'idea distorta di libertà facendoci credere che essa consista nel fare ciò che si vuole. Personalmente credo che Dio, che è Libertà, ci abbia resi liberi proprio per darci modo di assomigliarGli sempre di più. Quindi l'autentica libertà è la libertà di fare il bene. Allora perché mai potremmo scegliere di compiere il male? È a causa della nostra libertà che possiamo sceglierlo? Evidentemente non è proprio così. Se possiamo scegliere di compiere il male è a causa non della nostra libertà ma della nostra volontà. Dio che è Amore potrebbe mai averci creati come se fossimo marionette nelle Sue mani, pilotando ogni nostra azione? Non credo proprio che un dio così ci amerebbe. Dato però che Dio ci ama, ci ha dotati di una volontà personale che è anch'essa uno strumento con il quale poterGli assomigliare ma solo se educata e conformata alla Sua. Quando noi pecchiamo siamo forse liberi? No, siamo schiavi del peccato. Pecchiamo perché non conformiamo la nostra volontà a quella di Dio. Lo stesso demonio non è stato creato da Dio come spirito del male ma come l'angelo a Lui più vicino, quindi come un qualcosa di buono, tanto che il nome "Lucifero" significa "portatore di luce". Quando però questo angelo non ha più voluto conformare la sua volontà a quella di Dio, da libero che era è diventato schiavo del suo orgoglio. Così anche noi se anziché usare la nostra volontà per avvicinarci a Dio la usiamo per allontanarci da Lui non lo facciamo con un atto libero ma con un atto schiavo del nostro orgoglio. Da che cosa ha dunque origine il male e a cosa deve la sua diffusione nel mondo? Alla libertà che Dio ci ha dato? No, alla nostra mancata adesione al Suo disegno d'amore che non ci viene mai imposto ma ci viene sempre suggerito dallo Spirito Santo. Libertà è dunque sempre fare il bene e tendere a Dio.

di Luca Scalise, Voce del Verbo

martedì 5 aprile 2016

Perché la Risurrezione di Gesù non fu un complotto degli apostoli

di Karlo Broussard, da www.catholic.com

Quando si ha a che fare con la testimonianza dei primi cristiani sulla Risurrezione di Gesù, è naturale chiedersi se sia credibile o no. Un sano scetticismo richiede che ci assicuriamo della veridicità dell’affermazione di tale evento.
Un modo per farlo consiste nell’offrire spiegazioni alternative, e una di queste è la teoria del complotto. Questa teoria si propone di spiegare il sepolcro vuoto di Cristo e le apparizioni post-mortem affermando che i primi cristiani rubarono il corpo di Cristo e si inventarono la storia della Risurrezione.
Non do la colpa nessuno per aver sollevato la domanda, perché è naturale chiedersi: “i primi cristiani si sono inventati questa storia?”.
Io ritengo che non l’abbiano inventata e ci sono almeno due buoni motivi per pensarlo.

La testimonianza degli apostoli: due alternative

Innanzitutto, i primi cristiani non avevano nulla da guadagnare e tutto da perdere dall’invenzione della Risurrezione di Gesù. Come ho appreso dal mio mentore e amico padre Robert Spitzer, questo tipo di pericolo produce il testimone più credibile, e san Paolo lo capì bene. Paolo usa questo fatto come argomento a favore della credibilità della testimonianza dei primi cristiani e presenta il suo argomento come se non ci fossero altro che due alternative. Prima lettera ai Corinzi, capitolo 15:
[14] Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. [15] Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. (1 Cor, 15:14-15)
San Paolo presenta la seconda alternativa al versetto 19 e poi la espone ai versetti 30-32:
[19] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini… [30] E perché noi ci esponiamo al pericolo continuamente? [31] Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli, in Cristo Gesù nostro Signore! [32] Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo.
Notate che nella prima parte san Paolo argomenta che se lui e i testimoni oculari credessero in Dio, allora starebbero dando una falsa testimonianza nel proclamare la Risurrezione di Gesù: «risultiamo falsi testimoni di Dio». Che avrebbero da guadagnare i primi cristiani da questa bugia se credessero ancora nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe? La dannazione! È ragionevole pensare che i primi cristiani credessero che valesse la pena rischiare la loro salvezza eterna per questa menzogna?
Nella seconda parte, Paolo sembra considerare invece quello che loro avrebbero da guadagnare da questa menzogna, se non credessero in Dio o nella Risurrezione. Al versetto 19 scrive: «Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita» e al versetto 32: «Se soltanto per ragioni umane  io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe?». L’argomento di Paolo è che da questa menzogna loro non hanno guadagnato nulla, tranne che persecuzione e morte. Per Paolo, se questo è il guadagno, allora «mangiamo e beviamo, perché domani moriremo».
Potrebbero esserci altre spiegazioni alternative per la falsità della testimonianza della Risurrezione che varrebbe la pena prendere in considerazione, ma per Paolo la teoria del complotto non è una di queste.

La testimonianza delle donne

Secondo motivo per credere che i primi cristiani non hanno inventato la storia della Risurrezione: il fatto che hanno incluso le donne come primi testimoni.
Uno dei criteri che gli storici usano per testare la storicità di un fatto è il criterio dell’imbarazzo. Questo criterio si riferisce ad ogni azione o parola che i primi cristiani avrebbero potuto trovare imbarazzante e poco attraente da un punto di vista dell’apologetica. Nessun evangelista avrebbe voluto includere questo tipo di informazione, se avessero inventato questa storia, perché avrebbe minato lo scopo del Vangelo. Avere delle donne come prime testimoni della Risurrezione rientra in questo criterio.
Nel giudaismo del primo secolo, la testimonianza delle donne era inammissibile in un tribunale: “Che non sia ammessa la testimonianza delle donne, a causa della leggerezza e sfacciataggine del loro sesso” (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, 4.8.15).
Se la testimonianza di una donna non era considerata credibile in un tribunale, sembrerebbe logico ritenere che gli apostoli non avrebbero dovuto usare la testimonianza delle donne per convincere i loro interlocutori della verità del sepolcro vuoto e delle apparizioni del Cristo  risorto. È più ragionevole concludere, se gli evangelisti avessero creato questa storia a tavolino, che avrebbero scelto degli uomini come primi testimoni, come ad esempio Giuseppe di Arimatea e Nicodemo.
Lo storico e attivista ateo Richard Carrier, nel capitolo 11 del suo libro Not the Impossible Faith, fa un’obiezione a questo argomento. Dice che, dal momento che i Vangeli sono storia e non documenti del tribunale, è errato che un apologeta cristiano vada dal “decoro del tribunale alla credibilità di tutti i giorni”.
Inoltre, afferma, mentre la testimonianza delle donne non veniva accettata in tribunale, era ammissibile come fonte di affermazioni storiche. Carrier si riferisce alla narrazione di Giuseppe Flavio del massacri di Gamala e Masada, che hanno entrambi delle donne come loro fonti storiche.
In risposta alla prima obiezione di Carrier, credo sia legittimo che un apologeta cristiano usi l’inammissibilità della testimonianza delle donne in un tribunale, perché gli evangelisti stavano cercando di convincere i loro interlocutori alla verità della Risurrezione. Non stavano semplicemente raccontando un fatto storico ma stavano presentando una convergenza di prove per dimostrare la verità della Risurrezione di Gesù: sepolcro vuoto, diverse apparizioni dopo la morte, conversioni, etc.
Inoltre, notate il motivo che dà Giuseppe Flavio per non ammettere la testimonianza delle donne: “a causa della leggerezza e sfacciataggine del loro sesso”. La parola leggerezza indica il trattare un fatto serio con irriverenza o in un modo tale da mancare di rispetto. Forse questa visione delle donne potrebbe condurre non a un rifiuto totale della loro testimonianza, ma certamente la renderebbe meno desiderabile se qualcuno stesse inventano una storia, specialmente quando sarebbe così facile usare degli uomini come primi testimoni.
Neanche il secondo argomento di Carrier è sufficiente. Per quanto riguarda il massacro a Gamala, Giuseppe Flavio afferma che le due donne che servirono come testimoni furono le sole che fuggirono (Guerra Giudaica, 4.82). Anche se non esplicitamente, anche nel racconto del massacro di Masada, Giuseppe sembra affermare che le due donne che furono testimoni dell’evento furono le uniche sopravvissute (Guerra Giudaica, 7.399). È quindi ovvio che Giuseppe Flavio utilizzi la testimonianza delle donne per questi eventi, dal momento che non era sopravvissuto nessun’altro.
Detto questo, è facile vedere perché l’argomento di Carrier sul fatto che Giuseppe Flavio fece affidamento sulla testimonianza di queste donne, non mina l’argomento cristiano. Gli evangelisti avevano altre opzioni quando si trattava di decidere chi dovevano essere i testimoni della Risurrezione di Cristo, ma Giuseppe Flavio non avevano altre opzioni nella scelta dei testimoni per il racconto dei massacri.
L’inaffidabilità della testimonianza delle donne nel giudaismo del primo secolo può ancora essere considerato come un criterio legittimo di imbarazzo e può quindi essere usato dagli apologeti cristiani quando si parla della storicità della Risurrezione di Gesù.
Ci sono molti altri motivi utili a dimostrare l’irragionevolezza della teoria del complotto. Ma credo che i due qui presentati siano sufficienti: innanzitutto, la gente non muore per ciò che sa essere una menzogna; e i bugiardi non usano testimoni inaffidabili per convincere della loro storia inventata.

martedì 22 marzo 2016

La società può determinare ciò che è giusto e sbagliato?


Recentemente, una persona con cui mi scrivo ha affermato che gli scettici sono liberi di sostenere che la morale oggettiva deriva dalla società in cui viviamo. Secondo questa visione, ha affermato, i principi morali esistono al di là dell’individuo e dunque sono oggettivi.

Questa persona è in buona compagnia con Richard Dawkins. Alla domanda “come possiamo decidere ciò che è giusto e sbagliato?” il professor Dawkins risponde che “c’è un consenso riguardo ciò che di fatto consideriamo giusto e sbagliato: un consenso che prevale in maniera sorprendentemente ampia” (L’illusione di Dio, 298).

Ma una tale morale non è oggettiva nel verso senso del termine, perché i principi morali sono relativi all’accettazione culturale. Come dice il filosofo americano Louis Poajman: “Non ci sono principi morali oggettivi, ma piuttosto tutti i principi morali validi vengono giustificati in virtù della loro accettazione culturale” (Ethics: Discovering Right and Wrong, 23).

Francis Beckwith e Gregory Koukl, nel loro libro Relativism: Feet Firmly Planted in Mid-Air (Relativismo: piedi fermamente piantati a mezz’aria), chiamano questa visione “Society Says Relativism” (il relativismo di ciò che dice la società, relativismo sociale).

Questo metodo di determinazione della morale è ragionevole? Possiamo fondare la morale su quello che la società dice? Beckwith e Koukl mostrano cinque ragioni per cui la risposta a questa domanda è no.

1.    Impossibile criticare i costumi di un’altra società
Se è la società a determinare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, allora sarebbe impossibile criticare le norme di un’altra società, per quanto possano essere strane. Non potrebbe esserci nessuno standard morale, al di fuori delle leggi della società, con cui confrontare i costumi di una società. Di conseguenza, non sarebbe possibile fare alcun giudizio su quella società. Secondo questa visione, non potremmo giudicare errati i comportamenti della Germania nazista. Ma questo è assurdo. Dobbiamo essere in grado di giudicare alcuni comportamenti sociali come sbagliati. Dunque, la società non può essere l’arbitro finale di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

2.    È impossibile avere una legge morale
Se il relativismo sociale fosse vero, allora le discussioni su leggi immorali non avrebbero alcun senso. Sotto una tale visione, la società è la misura della moralità, e dunque ogni legge è morale semplicemente perché è legge. Dal momento che non c’è misura di moralità al di fuori della società, non c’è alcun modo per giudicare le sue leggi come morali o immorali. Ma sappiamo che le società hanno istituito leggi immorali. È sufficiente ricordare le leggi di segregazione razziale degli Stati Uniti. Dunque, dobbiamo concludere che esiste una norma al di fuori della società che determina ciò che è giusto e sbagliato.

3.    I riformatori morali sarebbero criminali
Se fosse vero che la società è la misura della morale, allora chiunque provi a modificare le leggi della società sarebbe ritenuto immorale. Come potrebbe un riformatore sociale essere morale se lui o lei agisce contro la visione morale della società? La riposta è che non può! Secondo questa visione, Martin Luther King Jr. dovrebbe essere considerato un criminale, dal momento che ha combattuto contro ciò che la società considerava norma morale. Ma nessuna persona ragionevole giungerebbe a quella conclusione. Dunque, uno standard morale al di fuori della società deve esistere.

4.    Il concetto di progresso morale di una società è incoerente
Se giusto e sbagliato sono determinati da ciò che dice la società, allora è impossibile che la società progredisca nella sfera morale. Per ottenere un progresso morale, una società deve prima aver sbagliato e poi cambiare in meglio. Ma nel relativismo sociale, una società non può mai sbagliare, dal momento che è essa stessa la misura della morale. Qualunque cosa dica, è morale. Dunque, il progresso morale sociale è impossibile. Ma sappiamo che il progresso morale sociale è possibile. Tutti comprendono che la nostra società ha ottenuto un progresso morale eliminando le leggi di segregazione razziale. Dunque, deve esistere un qualche standard di morale al di fuori della società.

5.    Riduce la morale alla legge del più forte
Se la morale è determinata dalla società, allora si riduce alla legge del più forte. Considera il fatto che le leggi sono fatte da coloro che hanno più potere – che sia il potere del governo o della maggioranza. Quindi, se il relativismo sociale è vero, allora quelli col potere maggiore determineranno sempre la moralità degli atti. Ma questa è la stessa mentalità delle forme tiranniche di governo che ogni persona razionale rifiuta. Dunque, deve esistere uno standard morale che esista al di fuori dei più potenti governi e società umane.

Quindi, su che fondare questo standard? Una opzione potrebbe essere sui giudizi dell’individuo; ma questa ipotesi è soggetta a molte delle stesse critiche qui menzionate, più diverse altre – critiche che saranno conservate per un’altra discussione. Senza entrare troppo nel dettaglio, la norma morale deve fondarsi in ciò che è comune ad ogni essere umano: ovvero, la natura umana.

Quando ragioniamo su quale sia il comportamento umano appropriato, dobbiamo chiederci “cos’è bene per l’uomo?”. La risposta a quella domanda si trova nella natura umana. La natura umana è intrinsecamente diretta verso certi fini o obiettivi e il raggiungimento di quegli obiettivi è ciò che costituisce la felicità dell’uomo (tali fini sono, ad esempio, l’autoconservazione, la conoscenza della verità, la propagazione ed educazione della specie, l’esistenza sociale…). Dunque, un comportamento umano corretto – che è buono per l’uomo in quanto tale – è un comportamento che aiuta la natura umana a raggiungere quei fini.

È questo lo standard della natura umana dalla quale bisogna derivare la morale, affinché sia razionale e veramente oggettiva.

Certamente, affinché una legge di questo tipo sia obbligatoria, deve esistere un essere trascendente da cui la natura umana derivi la sua dignità, cioè Dio. Ma questa è un’altra storia!

di Karlo Broussard
da www.catholic.com 

giovedì 17 marzo 2016

Purezza e Virilità

Come Diventare l'Uomo che Dio Vuole che Tu Sia

I ragazzi meritano risposte dirette alle domande difficili sulle donne, gli appuntamenti, la sessualità e l'autentica virilità...
  • Cosa vogliono le ragazze?
  • Fin dove si può arrivare?
  • Che c'è di male a pensarci su?
  • Qual è il problema della pornografia? Non fai male a nessuno.
  • E se è solo una rivista di costumi da bagno?
  • Se lei è decisa a farlo, perché dovrebbe essere sbagliato?
  • Per quanto riguarda il sesso sicuro?
  • Non dovrei essere libero di fare quello che voglio?
  • Come restare puro?
Purezza e Virilità risponde a queste e ad altre domande, e allo stesso tempo offre strategie pratiche per aiutare i giovani a crescere nella virtù della castità.

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Purezza e Femminilità

Nel mondo di oggi, è fin troppo facile per una ragazza mentire a se stessa con delle bugie sull'amore

Cosa dice a se stessa?
  • I ragazzi non vogliono la ragazza pura.
  • Nessuno si sta facendo del male.
  • È solo un gioco.
  • Mio il corpo, mia la scelta.
  • Se dicessi di no, lo potrei perdere.
  • Non posso stare da sola.
  • È troppo tardi per me.
  • Quale bravo ragazzo mi vorrebbe
  • È impossibile restare puri.
Tutte le donne desiderano l'amore, ma molte di loro si sono arrese. In Purezza e Femminilità, Crystalina Evert ridona speranza alle donne. Grazie alla sua potente testimonianza e alle sue schiette parole di saggezza, mostra che l'amore vero è possibile a prescindere dal passato.

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mercoledì 9 marzo 2016

Scetticismo universale: una critica...scettica

da www.catholic.com

Più o meno un anno fa, dopo aver fatto una conferenza su Dio e la scienza, un signore mi espresse un suo dubbio sul principio di non-contraddizione.
Il principio di non-contraddizione è un primo principio evidente di ragione su cui si fonda tutta la conoscenza. Afferma che qualcosa non può essere e non-essere allo stesso tempo e nello stesso luogo. Aristotele definì questo principio come “il più sicuro di tutti i principi” (Metafisica IV.3).
Il dubbio di questo signore è un esempio di una forma radicale di scetticismo che tende a dubitare di ogni cosa, persino dei principi primi di conoscenza – è detto scetticismo universale. C’è un modo per rifiutare questo scetticismo radicale? Eccone diversi.

Incoerenza autoreferenziale

Prima di tutto, l’affermazione “dubito di ogni cosa” è una incoerenza autoreferenziale: cioè si confuta da sola. Se uno scettico dubita di tutto, allora deve dubitare anche dell’affermazione “dubito di tutto”, il che è equivalente a dire, “dubito di dubitare di tutto”. E questo è assurdo. Se uno scettico dubita della propria affermazione “dubito di tutto”, allora perché ha persino proposto questo argomento?
Se lo scettico risponde che lui è certo di dubitare di ogni cosa, allora ci sarebbe una cosa di cui non dubita – e cioè, del fatto che dubita di tutto. Di conseguenza, non sarebbe vero che dubita di tutto.
Forse lo scettico potrebbe rifarsi alla sua posizione iniziale e rifiutarsi di dichiarare definitivamente il suo scetticismo universale. Oltre ad avere a che fare col dilemma di essere scettico riguardo il suo scetticismo, non può evitare di essere certo di qualcosa – cioè, “non dovrei affermare il mio scetticismo universale”.

 

Nessun argomento è permesso

Secondo, se uno scettico prova a giustificare la sua affermazione con degli argomenti, allora tutti i fatti e principi che costituiscono le sue prove verrebbero in tal modo dichiarati invalidi, dal momento che implicano delle certezze umane. Non conta il modo in cui uno scettico si approccia alla sua affermazione, che ne dubiti o la affermi, finisce in un’auto-contraddizione.

 

L’assurdità del negare i principi primi di conoscenza

Un terzo modo per confutare lo scetticismo radicale è di mostrare l’assurdità del negare i principi primi della conoscenza. Se uno scettico dubita di ogni cosa, allora necessariamente dubita anche dei principi primi della conoscenza, come il principio di non-contraddizione. Così facendo, uno scettico nega alla conoscenza ogni sorta di fondamento. Ma questo non funziona.
Immagina di provare a ottenere una conoscenza senza un principio che non richieda ulteriore dimostrazione, ovvero un principio evidente. Ogni conclusione proposta richiederebbe una infinita serie di dimostrazioni del perché quella motivazione è vera. Ad esempio, l’affermazione di uno scettico “non ci sono principi primi evidenti di conoscenza” è vera solo se A è vero. Ma A è vero solo se B è vero e B lo è solo se C è vero, all’infinito.
Nota che la ricerca di una vera premessa sulla quale poggiare la conclusione, non giungerebbe mai ad una fine. Non importa dove ci si ferma nella serie di motivazioni, si avrebbe sempre una motivazione che non può essere dimostrata perché si poggia su un numero infinito di altre motivazioni che non possiamo sapere se sono vere.
Ma se non possiamo giungere ad affermare che sia vera alcuna motivazione dalla quale dipende la conclusione, allora non possiamo affermare che sia vera neanche la conclusione “Non ci sono principi evidenti di conoscenza”. Questo è qualcosa che lo scettico non vuole concludere, perché minerebbe il suo scetticismo sui principi primi. Dunque, uno scettico non può negare la necessità della conoscenza di avere come fondamento i principi primi, senza minare il proprio scetticismo.

 

Difesa del principio di non-contraddizione

Quarto, possiamo mostrare l’assurdità della negazione dello stesso principio di non-contraddizione. Uno scettico non può negare il principio di non-contraddizione senza che il suo discorso lo tradisca immediatamente. Può parlare contro il principio solo se le sue parole hanno il significato inteso e non il significato opposto. Ad esempio, se lo scettico dice, “Il principio di non-contraddizione è falso”, lui deve intendere questa affermazione nel suo significato reale e non nel suo significato opposto, cioè “Il principio di non-contraddizione è vero”.
Se uno scettico afferma l’opposto - “Il principio di non-contraddizione è vero” - allora affermerebbe ciò che ha deciso di negare. Ma se uno scettico ha intenzione di voler dire ciò che la sua affermazione iniziale esprime, allora sta presupponendo il principio di non-contraddizione e dunque, ancora una volta, mina il suo iniziale tentativo di negare il principio.
Quindi, la negazione del principio di non-contraddizione, finisce per auto-confutarsi.
Forse uno scettico potrebbe decidere di non parlare. Lo salverebbe dal suo dilemma? La risposta è no, perché persino comprendere ciò che è indicato dal principio presuppone la sua verità. Il contenuto conoscitivo deve avere il significato inteso e non l’opposto.

 

Il dubbio presuppone certezze

Un ultimo modo per confutare lo scetticismo radicale viene dal sacerdote gesuita, T.V. Fleming. Nel suo libro Fondamenti di Filosofia, argomenta che ci sono alcune certezze presupposte nell’affermazione “dubito di ogni cosa”. Considera che, per fare questa affermazione, uno scettico deve sapere ciò che è il dubbio. Inoltre, la sua affermazione implica che lui sappia che il dubbio differisca dalla conoscenza, il che necessariamente implica che lui sappia cosa sia la conoscenza. In base a quanto è stato detto precedentemente riguardo il principio di non-contraddizione, uno scettico deve anche sapere il significato della proposizione di cui vuole dubitare e la ragione del suo dubbio.
Inoltre, se uno scettico sospende il giudizio su una affermazione, deve riconoscere che le motivazioni date a sostegno di quell’affermazione sono insufficienti per giustificarla. Quindi deve conoscere anche le motivazioni date.
Le certezze presupposte non finiscono qui. Quando uno scettico continua a fidarsi dello scetticismo, lo fa per non cadere in errore. Ma ciò presuppone la conoscenza di cosa sia l’errore. Presuppone inoltre un desiderio per la verità, che suppone almeno una tacita certezza che la verità esista.
Insomma uno scettico semplicemente non può dubitare di ogni cosa, è impossibile. L’affermazione stessa implica delle certezze presupposte e la negazione di principi primi evidenti, come il principio di non-contraddizione, non è possibile dal momento che, mentre lo nega, il principio viene affermato. Dunque, lo scetticismo universale, è fallito. Abbiamo una giustificazione razionale per essere scettici nei riguardi dello scetticismo.

sabato 5 marzo 2016

Le immagini che stanno cambiando il dibattito sull’aborto


Il sito www.liveactionnews.org è gestito dall’associazione Live Action, in prima linea nella lotta contro l’aborto negli Stati Uniti. Fondata da Lila Rose nel 2003, quando aveva solo 15 anni, Live Action è ormai il terrore di Planned Parenthood, la più grande organizzazione abortista degli USA. I molti video diffusi da Live Action hanno svelato gli orrori che si celano dietro il colosso abortista: dalla vendita di organi di feti abortiti, alla copertura di violenze sessuali. Recentemente è stata diffusa una serie di quattro video, in collaborazione con il Dr Anthony Levatino, ginecologo ex-abortista, per spiegare in dettaglio le procedure che vengono seguite durante i vari tipi di aborto. I video hanno subito registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni e stanno contribuendo a cambiare in maniera significativa il dibattito sull’aborto.

In aggiunta a questi video, Live Action raccoglie foto di feti che sono stati abortiti spontaneamente e che svelano la natura pienamente umana del bambino non ancora nato. Sebbene la scienza ormai non abbia più dubbi nello stabilire l’inizio della vita umana al momento del concepimento, queste immagini rafforzano tale convinzione e stanno facendo cambiare idea a tanti pro-choice in tutto il mondo. Eccone alcune, con le loro storie commoventi.

Feti di 7 e 8 settimane

http://liveactionnews.org/mom-posts-amazing-photos-of-her-7-and-8-week-old-miscarried-babies-on-facebook/

Mindy Raelynne Danison è una mamma che ha sofferto per due aborti spontanei: uno a 7 settimane di gravidanza e un altro a 8 settimane e 5 giorni. Mindy ha deciso di creare un album di foto su facebook in cui ha pubblicato le foto dei suoi bambini (cliccando sulle foto nell’articolo originale, è possibile sfogliare tutto l’album).  A 7 o 8 settimane, i bambini possono toccarsi la faccia e i piedi, possono strizzare l’occhio e girarsi.
Feto 7 Settimane

Feto 8 Settiamane

Noah, 12 settimane

http://liveactionnews.org/miscarried-at-12-weeks-baby-noah-is-changing-minds-about-abortion/
Lara Price ha deciso di rendere pubbliche le immagini di suo figlio, Noah, per dimostrare l’ovvia umanità del bambino non ancora nato nel grembo della mamma e la brutalità dell’aborto. L’immagine mostra con grande precisione le dita dei mani e dei piedi.
Noah, 13 Settimane, 8.89 cm

Walter, 19 settimane

Guardando le immagini del piccolo Walter, a sole 19 settimane, nelle mani della mamma, del papà e delle sue sorelle, molte donne hanno deciso di non abortire e portare avanti la loro gravidanza, come riportato nell’articolo su Live Action news.


Walter, 19 Settimane

Walter in braccio al papà

Chase e Cooper, gemelli di 22 settimane

http://liveactionnews.org/miscarried-22-weeks-identical-twins-sharing-truth-abortion/
Ed ecco infine le incredibili foto di due gemelli di 22 settimane, Chase e Cooper, vissuti solo per mezz’ora dopo essere nati. Per un problema alla cervice, la mamma Heather Ellis, dopo aver rifiutato l’aborto che le era stato prontamente proposto, decide di sottoporsi ad un’operazione chirurgica. Il problema però non viene risolto e i due bambini nascono a 22 settimane e, dopo 30 minuti trascorsi tra le braccia dei genitori e del fratello, muoiono.
Chase e Cooper, 22 settimane, in braccio alla mamma
Feto di 22 settimane

In conclusione, forse vale la pena ricordare che in Italia l’aborto è legale praticamente per qualunque motivo per le prime 12 settimane, ma anche nel secondo trimestre in caso di malformazione del bambino o di serio pericolo psico-fisico per la salute della donna. Speriamo che anche in Italia queste foto possano avere grande risonanza e aiutare le mamme a decidere sempre per la vita e mai per la morte.